Pochi giorni fa Mark Zuckerberg ha tenuto, da vero e proprio padrone di casa, l’F8 Developer’s conference. Tradizionalmente questo sarebbe uno di quegli appuntamenti seguiti unicamente da addetti ai lavori e nerd; tuttavia, la portata degli annunci fatti è stata tanto grande da segnare un vero e proprio spartiacque per la casa di Menlo Park. Infatti, dopo più di dieci anni in cui Facebook si è sempre presentato come il “best place to share”, la strategia del buon Zuckerberg ha subìto un cambiamento di rotta radicale. Non più la spinta ossessiva a rendere pubblici sempre più momenti della nostra vita – rendendo così, di conseguenza, pubblici i dati da essi estrapolabili –, ma una forma di rassicurazione improntata a garantire uno dei trend di maggior successo del momento: la privacy.

Ciò che in passato Facebook si proponeva orgogliosamente di stracciare, oggi sembra diventato la vera luce guida per l’attività gestita dal buon Zuckerberg; ed è per questo che tale repentino pentimento e pericolosa inversione a U suona tanto inaffidabile, quanto tardiva. Infatti gli scandali in cui Facebook si è ritrovata sempre più coinvolta – Cambridge Analytica, per dirne una –  e il danno enorme di reputazione e immagine subìto dall’azienda – per incamerare poi, come dimostrarono gli atti dell’inchiesta, una somma assolutamente irrisoria per il gigante di Menlo Park–, hanno completamente offuscato la gloria del colosso social che, senza Instagram, potrebbe considerarsi una nave che affonda e da cui tutti cercano di scappare il prima possibile – la perdita di utenti è stata assolutamente notevole negli ultimi due anni.

Di conseguenza, una svolta così esasperata sa di vera e propria scelta di rinnegare se stessi pur di riconquistare il favore dell’utenza perduta, come una vera e propria mossa della disperazione. Tuttavia, una scelta di questo tipo pone degli interrogativi sul futuro che Zuckerberg intravede per Facebook nel medio-lungo termine. L’intenzione, a quanto pare, sarebbe quella di creare un super WhatsApp, nato dalla fusione dello stesso con Messenger, il tutto infiocchettato da rassicurazioni quasi ossessive sulla tenuta del sistema di salvaguardia della privacy di questa nuova superchat 3.0.

Tutto bello, tutto estremamente rassicurante e user friendly; tuttavia, alla luce delle tante belle promesse espresse durante quella conferenza stampa, il buon Zuckerberg non ha svelato l’aspetto più importante della trasformazione annunciata: come intenderà Facebook fare profitti d’ora in poi se le informazioni da noi inserite non verranno più usate e vendute per scopi pubblicitari o di marketing? In fin dei conti è pur sempre un’azienda, con migliaia di dipendenti sparsi in tutto il mondo, che va mantenuta e che deve portare ai suoi azionisti dei guadagni e dei ritorni tangibili. Se si promette che la privacy verrà al primo posto, come farà Facebook a generare profitti da quella miniera di informazioni che noi stessi gli forniamo giornalmente grazie alle nostre interazioni social e che costituiscono la sua unica e vera fonte di ricchezza inesauribile? Diventerebbe una no-profit? Ci sembra improbabile.

Forse a queste domande non ci è dato avere risposte, o forse, le risposte, le abbiamo già da tempo: tutto cambierà affinché nulla cambi, come si legge nel “Gattopardo”, grande romanzo italiano pubblicato solo nel 1958 e che, a distanza di pochi anni, ma di notevoli salti culturali e tecnologici, sa ancora di profezia.