Il segretario dem Nicola Zingaretti nell’intervento all’assemblea del Pd a Bologna per le regionali oltre alla sparata arrivata alla ribalta delle cronache sull’inserimento nell’agenda di governo dello Ius Soli, con voce quasi rotta dalla commozione ha berciato anche della necessità di introdurre la parità di salario tra uomo e donna in Italia, manco fossimo nell’800. Zingaretti, così facendo, ha dato dimostrazione di una profonda e imbarazzante ignoranza o, in alternativa, di una spregiudicata e altrettanto imbarazzante demagogia. Si chiama ancora demagogia e non populismo come a qualcuno piace far credere.

Sì perché la parità di salario, oltre che essere naturalmente garantita dalla Costituzione, è legge in Italia dagli anni ’70. Il cosiddetto gender pay gap, rilevato dalle indagini statistiche, ossia la differenza in busta paga del retribuito ai lavoratori, ad oggi registra in media uno scarto a fine carriera tra i due generi che risulta penalizzante per le donne. Forse perché le donne in quanto tali vengo discriminate e pagate meno dai loro datori di lavoro privati e dalla pubblica amministrazione? O forse i motivi vanno ricercati altrove, non nella giurisprudenza, ma nella sociologia. Semplificando: la legge permette discriminazioni? No, non le permette – eccezion fatta per alcuni casi del tutto marginali, benché certamente presenti, che non vanno quindi ad incidere sul differenziale registrato dalla statistica. Da cosa dipende, dunque, lo scarto registrato? Esistono comunque discriminazioni sociali? No, non tecnicamente per lo meno. Esiste invece una condizione di svantaggio sociale che abbiamo a monte del fenomeno e che penalizza, in genere, le donne.

Va comunque sottolineato, a questo proposito, che l’Italia ha un gender pay gap tra i più bassi in Europa – calcolato per il totale dell’economia, compreso il settore pubblico, secondo standard internazionali. Tale risultato è la sintesi di un valore molto basso per il settore pubblico e di un valore per il settore privato in linea con gli altri paesi europei (fonte ISTAT). I dati mostrano, quindi, che le cause del differenziale retributivo sono da riscontrarsi in misura marcata nelle scelte legate a ruoli precostituiti esistenti nella nostra società, caratterizzata da una maggiore quota di lavoro part-time per le donne. Esse si concentrano spesso in settori economici e in profili professionali a bassa remunerazione, il tutto connesso poi a percorsi lavorativi discontinui, a causa degli impegni famigliari (fonte ASTAT).

Dunque, a meno che non si pretenda di pagare chi lavora part-time come chi lavora full-time o si ipotizzi l’abolizione degli aumenti di stipendio relativi alla maturazione dell’anzianità di servizio, fino a quando un lavoratore avrà accumulato meno ore di servizio rispetto ad un altro, a parità di mansione e di ore lavorate al momento, in busta paga riceverà meno sodi dell’altro. È giusto che siano sempre le donne a sacrificare la carriera per la famiglia? No, non è giusto. Ma quello che è necessario fare sarebbe cominciare finalmente a lavorare a uno stato sociale degno di questo nome, che finalmente, giusto per fare un esempio, garantisca quegli asili nido gratuiti che le donne chiedevano già nelle manifestazioni degli anni ’50 chiedevano nelle manifestazioni, per non essere costrette a rinunciare alla propria realizzazione dal punto di vista lavorativo. Asili nido gratuiti pressoché inesistenti in Italia e rientrati solo recentemente (e timidamente) nell’agenda politica.

E in tutto ciò cosa fa Zingaretti? La spara grossa e spaccia per giuridico un fenomeno sociologico. Perché lo fa? Oltre che per demagogia ha fatto sue le istanze della piccola lobby interna che proprio in questi giorni ha portato avanti il Disegno di Legge Gribaudo, sostenuto da un po’ tutto il gotha della politica rosa: Laura Boldrini, Renata Polverini, Tiziana Ciprini, Veronica Giannone, Franca Cipriani per citarne solo qualcuna.

 Vogliamo spingere i datori di lavoro italiani a mettere fine a questa ingiustizia”. La proposta di legge del Pd per “introdurre la parità salariale” – che esiste già, ma sembra che questi non lo sappiano – alla fine dei conti consisterebbe nell’introdurre nuova burocrazia, anche per le piccole imprese che dovrebbero produrre delle certificazioni di conformità (bollini rosa). Quindi in modo del tutto ideologico, infischiandosene dei report ISTAT e affini, si parte dal presupposto che i datori di lavoro discriminino le donne in quanto donne, si punta il dito contro il presunto maschilismo delle imprese e si affronta il fenomeno del differenziale retributivo aumentando la burocrazia, tanto per cambiare. Insomma, è sempre la solita storia.