Il comunicato diramato il due settembre scorso dall’ufficio stampa della Whirlpool EMEA non è una notizia. Anzi, è una notizia vecchia. Perché già il primo di agosto l’azienda aveva diffuso una nota molto simile nei contenuti in cui preannunciava che quanto stabilito nel cosiddetto decreto Di Maio, ossia i 17 milioni di sgravi fiscali per consentire alla multinazionale americana il rilancio dello stabilimento con il rientro delle produzioni dall’estero, erano considerati insufficienti “a garantire la profittabilità dello stabilimento di Napoli”.

La risposta dei sindacati e del governo, dopo quel primo – e a dire il vero chiarissimo comunicato – è stata quella di assegnare all’azienda “i compiti per le vacanze”, come purtroppo senza ironia ha affermato Barbara Tibaldi della segreteria nazionale della Fiom, per presentarsi il prossimo 6 settembre con un piano quinquennale per il periodo 2020-2024. In pratica: per il governo e i sindacati la Whirlpool, che sta provando in tutti i modi a scaricare il sito di via Argine, dopo aver candidamente dichiarato che l’ennesimo regalo dello Stato non l’avrebbe convinta a rimanere a Napoli, si vede anche assegnare del tempo ulteriore per risolvere un problema che ha creato lei e che non ha alcuna intenzione di sanare. Una proroga che ha ingenerato speranze inutili e ritardato decisioni fondamentali.

La Whirlpool è stata scorretta perché ha affidato ai comunicati stampa le sue reali intenzioni, oltraggiando il rispetto che merita il tavolo del Mise, il luogo istituzionale in cui la questione è dibattuta, ma sulla pelle dei lavoratori è stata inflitta l’ennesima ferita causata dalla dolorosa incompetenza statale. La vicenda della Whirlpool di Napoli è la riprova del fatto che l’Italia, non solo non è dotata dell’autorità sufficiente a conciliare gli interessi delle imprese private con la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, ma continua a non avere una seria politica industriale.

Luigi Di Maio, nella duplice veste di ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, pur mosso da buone intenzioni non ha saputo fare meglio di chi lo ha preceduto e quell’accenno di voce grossa che aveva provato a inscenare nel mese di giugno si è risolta solo in una notizia di costume, non sostanziandosi in un cambio di rotta significativo.

Pesa il silenzio di Di Maio seguìto alla nota diramata dalla Whirlpool e ora che lascerà la sedia dei due ministeri che si era accaparrato durante il breve governo targato Lega-M5s, abbandona dietro di sé le macerie di un’esperienza che si è rivelata dannosa per chi, come i 410 lavoratori di Napoli speranzosi di avere nel loro conterraneo al governo un alleato, si ritrova con in mano un pugno di mosche.

La Whirlpool dal canto suo sembra essersi dimenticata dei decenni di finanziamenti pubblici di cui ha beneficiato e, come tante altre imprese prima di lei, ha deciso di delocalizzare alla prima occasione utile, anche con il beneficio di lavarsi la coscienza delirando di riconversione ad opera di terzi, ma i lavoratori sono ben consci che quella parola cela terribili prospettive come tra l’altro è già accaduto nelle sedi di Amiens, in Francia, e all’ex Embraco di Riva di Chieri.

L’Italia intanto è senza una regia politica. Occupato ad assistere al teatrino della nascita del nuovo governo, il paese manca di adempiere ai suoi doveri più importanti: sul tavolo dell’ormai ex ministro dello Sviluppo economico giacciono 158 crisi aziendali aperte. E allora poco importa quale sarà il nome e il colore del prossimo inquilino del Ministero se anche lui si uniformerà alla vigliaccheria e all’incompetenza dei suoi predecessori.