«Sono sollevata di sapere che non avrò il vostro sostegno, per me è davvero un premio per tutto quello che ho fatto». Si apre così, con una colossale consuetudine (e una risicata maggioranza), in risposta al rifiuto degli europarlamentari di AfD di appoggiare la candidata tedesca, la presidenza alla Commissione Europea della neo-eletta Ursula von der Leyen, all’insegna delle più antiche fra le tradizioni di questa istituzione: l’ascolto, il pluralismo e la solidarietà. Proverbiali furono quelle rivolte alla Grecia in piena crisi, tutti ce le ricordiamo. E su quella stessa linea di solidarietà che la von der Leyen ha intenzione di continuare, o meglio, di rilanciare, lottando contro chiunque si frapponga tra lei e la sua monolitica visione accentratrice dell’Europa.

Il plateale discorso programmatico pronunciato ieri dalla von der Leyen di fronte al Parlamento Europeo è il tripudio dell’indifferenza alle insofferenze dei tanti cittadini che in tutta l’Unione hanno votato partiti sovranisti di varia estrazione, della staticità delle istituzioni europee con i loro esponenti al seguito e dell’arroganza di un’elite che a stento si regge ancora in piedi. Una marmellata di sentimentalismo e sogno europeo che tanto piace a gran parte della sinistra liberal: gretinismo ed abbassamento delle emissioni di CO2 come talebana priorità su tutto il resto, al fine di accaparrarsi la grazia dei Verdi con un “green deal” proposto direttamente dall’ex Ministro del paese che più di tutti inquina il continente, lo stesso dello scandalo Volkswagen; femminismo spicciolo a cui Movimento 5 Stelle e Conte si sono uniformati immediatamente; mito dell’accoglienza indiscriminata con annessa riforma del Trattato di Dublino; fratellanza verso quei poveri lavoratori ai quali bisognerebbe garantire un salario minimo. Un vero peccato dover far notare che proprio a causa dell’imprescindibile valore della concorrenza spietata, tanto caro a questa Unione Europea, e grazie ai benefici del cambio fisso, laddove su quest’ultimo non si possa agire, la svalutazione ricade proprio sui salari.

La solita retorica utilizzata per rivestire di zucchero l’amara medicina che ci toccherà assumere nostro malgrado. E non abbiamo ancora parlato del punto migliore tra quelli elencati, l’unione economica. La Von der Leyen inaugura una politica rivoluzionaria: flessibilità sì, ma solo quella consentita dalle regole. Muoversi più liberamente, sempre all’interno della stessa gabbia. Eccolo il Presidente dei cambiamenti radicali, che ha compreso quali sono i reali problemi dei cittadini: non avrete altro Dio all’infuori del Mercato Unico e Libero e delle regole dei Trattati.

Per l’ennesima volta (ma senza grande stupore) siamo di fronte alla mancata intenzione di ridiscutere dogmi, mantra e tabù che dalla fondazione fanno da stampelle alla baracca liberista, la quale si ripresenta in veste femminile nel suo più splendente autoritarismo. Non si vuol far altro che porre le divergenze politiche, evidenziate dalle recenti elezioni, sotto una campana univoca per nulla rappresentativa e ancor più accentratrice dei poteri d’imperio. Tant’è che i leghisti hanno seguito la medesima direzione del suo gruppo d’appartenenza (formato da AfD e RN), contrario all’elezione della von der Leyen, novella Lady di Ferro,  non senza un’intera giornata sul filo della diplomazia con tanto di ambiguità nelle dichiarazioni pubbliche. Da queste, infatti, si sarebbe potuto evincere che la condicio sine qua non dell’approvazione fosse la lotta agli scafisti ed una linea ben più dura e decentrata sulla questione dei flussi migratori, all’opposto di quella lassista presentata dalla candidata, demandata sotto tutti gli aspetti ad una gestione estranea agli stati-confine dell’Unione, tramite l’impiego dell’Esercito Europeo, il nuovo giocattolo preferito degli europeisti – gli stessi dei 70 anni di pace. Risulta molto probabile, in realtà, che il valzer di dichiarazioni fosse volto ad ottenere garanzie sul Commissario alla Concorrenza, il quale ha voce in capitolo sugli aiuti di stato, e su quel tanto di flessibilità in più nelle manovre finanziarie a venire.

Ad ogni modo, alla fine dei giochi, ci troviamo nientemeno che una Thatcher come Presidente della Commissione, sostenuta peraltro proprio dagli alleati di governo pentastellati. Come potranno conciliare la loro contrarietà al rigore (a parole) con un Presidente simile e per giunta da loro stessi eletto? Mistero. E questo potrebbe aprire una spaccatura non indifferente con la Lega.

Sorge spontanea, allora, la propensione verso il pensiero di Farage. Un Presidente dai presupposti simili, confermando tutto ciò che i brexiters non vogliono, ossia delegare il potere decisionale ad entità terze, non fa altro che giovargli nel rendere sempre più popolare la Brexit stessa. E dopo l’esposizione di questo programma autocratico elevato all’ennesima potenza, quanto sarebbe bello poter dire: «Thanks God, we’re leaving!». Invece, attualmente, restiamo ancora in balia del Commissario di turno dalle distruttive manie di rigorismo e protagonismo, con una profonda frattura all’interno della maggioranza sul tema Europa.