Nell’età gloriosa dell’europeismo reale era ovvio che si arrivasse a questo punto. Il sistema che, riempendosi la bocca di alti valori liberali, ha affamato un continente, distrutto la civiltà del welfare e edificato una aberrante distopia sostenuta da idioti non poteva negarsi il cadeau della censura. D’altronde la politica oramai segue affannata e stanca l’economia: abolita la sovranità nazionale, doveva presto o tardi venire il controllo totalitario sui cittadini. Può essere libero un individuo, quando un paese con tremila anni di Storia e sessantuno milioni di abitanti è schiavo?

No, natürlich. Anche in questo madama Merkel ha dettato la linea bruciando i tempi: non sia mai che il tedesco si lasci sfuggire la possibilità di fare il repressore… Restaurando i fasti della Gestapo e della Stasi all’ombra della porta di Brandeburgo, dunque, si è introdotta la possibilità di punire con multe fino a 50 milioni di euro offese e contenuti diffamatori blaterate su social network con almeno due milioni di iscritti. Dietro le belle parole, la dura realtà della kultur merkeliana. La stretta di vite sulla rete permette, almeno sulla carta, all’establishment di zittire le voci critiche additando ogni due per tre il fantasma dell’hate speech e le conseguenti pene crasse. Modus operandi, quello della reazione “antipopulista”, diffuso anche Oltralpe, dove l’enfant prodige Rothschild ha già avuto modo di stuprare la legislazione sociale francese silenziando vilmente fonti ostili quali il blog di Jacques Sapir, noto economista eterodosso e antieuro.

Arriviamo nel Belpaese. Alle schermaglie d’avanguardia ripetutesi nel corso del 2017 (una per tutte, la ridicola e perciò pericolosa iniziativa di lady Boldrini contro le fake news affidata ad un pool di psico-polizia guidato da Paolo Attivissimo, Poirot dei poveri) si è ora sostituita la fase centrale dell’offensiva perbenista. Come denuncia Fulvio Sarzana sul Fatto Quotidiano e Marcello Foa sul Giornale, nei papelli onnicomprensivi all’esame- immaginiamo quanto attento e lucido- del Parlamento, sono stati inserite due leggine in grado di scardinare definitivamente la legalità costituzionale. Afferma Sarzana:

La prima norma dispone l’allungamento dei tempi di conservazione dei dati internet e telefonici a sei anni, ed è stata già oggetto di aspre critiche, provenienti anche dallo stesso Garante della privacy italiano, Antonello Soro.

La seconda norma assegna all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Agcom, il potere di intervenire in via cautelare, sulle comunicazioni elettroniche dei cittadini italiani, al fine di impedire l’accesso agli stessi cittadini a contenuti presenti sul web.

Inserite nel caotico faldone dei regolamenti europei da recepire, il testo verrà votato senza alcuna obiezione, aprendo a scenari inquietanti il futuro dei dati e delle comunicazioni personali.

Se, infatti, il primo enunciato impone ai provider di conservare per sei anni tutti i dati raccolti per ogni utente in banche dati di cui è facile immaginare la sicurezza, il secondo testo appare ancora più pericoloso. Proposta dal Partito Democratico (e chi sennò?), la proposta di legge  “sottrae ai giudici il compito di intervenire in via cautelare sui contenuti sul web. Ora, poiché il web è composto di milioni di informazioni che cambiano in nanosecondi e la maggior parte di questi dati sono all’estero, non c’è modo di conoscere in anticipo la riproposizione dei contenuti che la norma vorrebbe censurare, se non con una tecnica di intercettazione di massa denominata Deep packet inspection. L’unico modo, insomma, di fare ciò che il governo sta per fare approvare, è di ordinare ai provider italiani di “seguire” i cittadini su internet per vedere dove vanno, al fine poi di realizzare questo “impedimento” alla riproposizione, attraverso un meccanismo di analisi e raccolta di tutte le comunicazioni elettroniche dei cittadini che intendano recarsi su siti dubbi.”

In sostanza, si legittima con una legge la possibilità di intercettare tutti prima di un qualsiasi intervento giudiziale, negando ogni forma di privacy garantita dalla civiltà giuridica democratica. Ancora una volta, quindi, un regime liberale a parole realizza, nel silenzio complice dei media, un passo innanzi verso la definitiva distruzione dello Stato democratico sancito dalla Costituzione. Per combattere le notizie false e il terrorismo, chimere intangibili prodotte in laboratorio, si abbatte la libertà di parola e il diritto alla riservatezza; ai disastri economici e sociali provocati da un’élite sociopatica e idiota si risponde con la repressione reazionaria. Finirà benissimo…