Una delle situazioni più difficili da gestire in una conversazione è senza dubbio quella di stallo. In questo caso, infatti, si genera quella tensione immotivata e fastidiosa che rischia di mandare all’aria intere serate. A meno che qualcuno, armato di buona volontà e poca saggezza, non decida spesso di immolarsi per rompere quel silenzio glaciale, causa spesso di incomprensioni e fraintendimenti. Altrettanto spesso questo intervento alla “viva il parroco” si traduce in battute tristi o semplici frasi fuori posto, perché chi le pronuncia è troppo pressato dall’ansia di dover sbloccare l’impasse, per poter pensare alle reali conseguenze di ciò che dice. Questa situazione può suscitare fragorose risate, con conseguente messa alla berlina dell’intrepido del gruppo, colpevole d’essere stato un po’ troppo avventato; oppure, è possibile che si generi la reazione opposta: gente incazzata e inviperita, pronta a distruggere tutto ciò che capiti a tiro. In entrambi i casi, questa curiosa congiunzione di relazioni sociali viene definita “epic fail”. Ciò è di per sé un qualcosa in grado di catalizzare le attenzioni anche sul più insulso degli oratori.

Ma cosa succede quando a cadere nell’epic fail è un gigante nel suo campo, o addirittura uno Stato? Un’escalation incontrollata di reazioni, che farebbero impallidire, nella loro portata dirompente, anche la più potente delle valanghe alpine. Tutto ciò rappresenta al meglio quanto successo all’Esercito americano pochissimi giorni fa.

Infatti, il social media manager dell’istituzione militare più glorificata del mondo attuale ha ben pensato di lanciare un qualcosa a metà fra un sondaggio e una discussione social su Twitter, il cui testo farebbe impallidire per scarsa lungimiranza anche il più “webete” degli analfabeti nostrani – Direttore Mentana perdonaci: «Che impatto ha avuto su di te l’aver servito nelle forze armate?». A questa domanda, tanto genuina quanto ingenua, non sono seguiti i commenti sperati, ma quelli di un’orda di veterani che ha riversato tutto il proprio rancore e la propria rabbia nei confronti dello Zio Sam, mettendo a nudo il lato dimenticato di tutte le guerre: gli strascichi che i sopravvissuti si porteranno dietro per sempre.

Fra i commenti più crudi e impressionanti, vi sono indubbiamente quelli postati dai veterani affetti da sindrome da stress post-traumatico. Alcuni raccontano di come sia stato per loro impossibile riappropriarsi di una vita normale, a causa dei tormenti dell’ansia e della depressione. Altri ringhiano per il loro stato di completo abbandono dal punto di vista del welfare, privi come sono di un lavoro e di un sussidio da parte della nazione che hanno servito, esponendosi ai più elevati dei rischi e dei sacrifici – la CNN rileva come solo il 20% dei veterani riceva l’indennità prevista per coloro che abbiano prestato servizio militare in zone di guerra. Ma senza dubbio, le descrizioni di tendenze suicide e di una generica incompatibilità con una vita anche pallidamente normale sono i più dolorosi da leggere non solo per gli spettatori esterni, ma soprattutto per l’opinione pubblica americana. Essa, infatti, è rimasta particolarmente colpita da questa slavina social anche per il tempismo con cui si è manifestata: il tweet della discordia, infatti, è stato pubblicato dall’esercito in occasione del Memorial Day, giornata in cui si ricordano i caduti delle guerre combattute dagli Stati Uniti.

Grazie a queste autentiche grida di dolore, spesso riportate in maniera indiretta dai parenti o amici che hanno visto spegnersi in maniera più o meno violenta le persone che un tempo amavano, si alza in maniera del tutto inaspettata il sipario su una situazione dai più sottovalutata come quella della condizione dei “Vets”, che rappresentano una percentuale consistente della popolazione americana – sono quasi 20 milioni le persone che hanno prestato servizio nelle più disparate operazioni militari moderne statunitensi – e, soprattutto, di quegli “ultimi” che sempre di più la “terra dei liberi” lascia indietro ad arrancare. Ma questa volta il grido di dolore fa ancora più male ad una nazione storicamente molto vicina e fiera delle proprie azioni e istituzioni militari, perché giunge proprio da quelli che hanno contribuito più da vicino al “Making America Great”, più di ogni Full Metal Jacket sparato. E così, come negli anni ’60, i Full Metal Jacket sparati non hanno saputo evitare un altro Vietnam.