Le tensioni tra Washington e Teheran sembrano non avere mai fine. Dopo l’ignobile annuncio del mese scorso con il quale Donald Trump dichiarava di voler includere i Guardiani della Rivoluzione dell’Iran (pasdaran) nella lista statunitense delle organizzazioni terroristiche – prima volta in cui viene sanzionata l’unità militare di un paese straniero! –,  gli Stati Uniti sono tornati a voler dare un messaggio «chiaro e inconfondibile» alla canaglia iraniana, approvando l’invio in Medio Oriente di una flotta da guerra guidata dalla portaerei Abraham Lincoln e una task force di bombardieri. Quest’ultima mossa, a detta del consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, non rappresenterebbe la ricerca di uno scontro con l’Iran, ma un banalissimo provvedimento preventivo per essere «pienamente pronti a rispondere a qualsiasi attacco del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche o delle regolari forze iraniane». Sarebbe dunque un’innocua risposta a «diverse indicazioni e moniti preoccupanti» che sarebbero giunti dall’Iran negli ultimi mesi: tra questi una presunta missione di spionaggio condotta con un drone militare nel Golfo Persico e le ripetute minacce di chiusura dello stretto di Hormuz.

Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha poi dichiarato – in coincidenza della recente ripresa dell’escalation militare tra Israele e Hamas – che gli Stati Uniti riterranno la leadership iraniana «direttamente responsabile» di qualsiasi azione condotta «contro gli interessi americani» in Medio Oriente, anche se portata avanti da soggetti «terzi». Tutto ciò non sembra però destare grandi allarmismi a Teheran: solo tanto rumore per nulla. Per il ministro della Difesa iraniano Amir Hatami, il mostrare i muscoli da parte degli Usa farebbe parte di «un’inarrestabile guerra psicologica», e quelle di Bolton sarebbero dichiarazioni miranti principalmente «ad attirare l’attenzione»; anche perché, come dichiarato da Khosravi Keyvan, portavoce del Supremo Consiglio di sicurezza nazionale iraniano, la flotta Usa era già da diversi giorni nel Mediterraneo per delle esercitazioni.

Tuttavia gli Stati Uniti non si limitano a mostrare i muscoli e tornano ancora una volta a minare l’economia iraniana: già lo scorso mese, gli Usa hanno revocato le esenzioni alle sanzioni sull’import di petrolio di Teheran – provvedimento mirante ad annichilire la vendita del petrolio iraniano, principale fonte di reddito del Paese. Dopo l’avviso iraniano, risalente al 7 maggio, di un possibile passo indietro rispetto ad alcuni degli impegni previsti dall’accordo sul nucleare del 2015, Donald Trump ha annunciato nuove sanzioni, relative all’esportazione di una serie di prodotti industriali. Queste misure mirano a colpire i ricavi iraniani sulle esportazioni di ferro, acciaio, alluminio e rame; dopo il settore legato al petrolio, quello dei metalli è il più importante del Paese e rappresenta il 10% delle esportazioni dell’Iran. La mossa degli Stati Uniti va a colpire un settore vitale per l’economia iraniana, già messa a dura prova con la messa al bando degli acquisti di petrolio da parte dei partner occidentali. Come se non bastasse, la Casa Bianca ha rincarato ulteriormente le pressioni, dichiarando che questa potrebbe non essere l’ultima misura anti-iraniana.

Le ripetute e crescenti pressioni statunitensi hanno spinto così, mercoledì 8 maggio, il Presidente Rouhani a fissare un ultimatum di sessanta giorni, con il quale chiede ai leader mondiali di rispettare l’intesa del 2015 – che aveva alleggerito le sanzioni sull’Iran in cambio dell’impegno del Paese a limitare il programma nucleare – e di siglare un patto che tuteli sia le esportazioni di greggio sia il settore finanziario iraniano. Se un accordo che tuteli anche gli interessi di Teheran non sarà raggiunto, l’Iran rinuncerà agli impegni presi e riprenderà il suo programma di arricchimento dell’uranio.