Continua incessante la cosiddetta guerra dei dazi tra Stati Uniti d’America e Cina. Lo scorso dieci maggio sono entrati in vigore aumenti dei dazi americani dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi importati negli Usa, cui ha fatto seguito l’immediata risposta di Pechino tramite il proprio ministero del Commercio: dal primo giugno dazi maggiorati su beni statunitensi per un valore di 60 miliardi di dollari. La guerra commerciale tra Pechino e Washington è un tema difficilmente inquadrabile in maniera esaustiva in questa sede, utile quindi partire da un auspicio: che questo conflitto sia l’occasione buona per espandere i nostri orizzonti culturali su un Paese, la Cina, spesso demonizzato in quanto tutt’ora, per larghi tratti, sconosciuto al mondo occidentale.

Abbiamo la fiducia e l’abilità per resistere a qualsiasi rischio e impatto esterno”. Geng Shuang, portavoce del Ministro degli esteri cinese, potrebbe non avere tutti i torti. Se il Tycoon conduce le danze attraverso tweet dal tono altalenante, in parte causa di un’elevata volatilità sui mercati internazionali nei settori più interessati dai dazi, i cinesi rispondono con i fatti. Senza troppo clamore.

Due le armi a disposizione di Pechino: da una parte le aliquote delle tariffe, dall’altra la svalutazione del Renminbi sul dollaro americano. La prima è un’arma spuntata, gli Stati Uniti sono esportatori netti nei confronti della Cina e le politiche di Pechino tese allo sviluppo delle aziende cinesi hanno ridotto notevolmente la quantità di prodotti manifatturieri importati dagli Usa. Trump gode della possibilità di applicare dazi su una maggior valore di importazioni rispetto al proprio avversario. Una guerra di logoramento su quel fronte difficilmente vedrebbe Pechino trionfare – sempre che sia possibile parlare in termini assoluti di trionfo.

Come ricorda il New York Times: “Dieci anni fa la Cina acquistava Jeep fatte in Michigan dalla Chrysler, bulldozer e altre apparecchiature da costruzione fatte in Illinois dalla Caterpillar e grandi motori diesel fatti in Indiana da Cummins”. Tutto questo oggi si produce in Cina. I margini di manovra di Xi per colpire i sostenitori di Trump in vista delle elezioni sembrerebbero limitati: e infatti Pechino svaluta il Renminbi.

Al momento il cambio dollaro/Yuan è a 6,91, la svalutazione della divisa cinese consente a Pechino di rispondere alla tirata di pugni degli americani sui dazi, facendo sì che le merci cinesi risultino più convenienti per gli importatori statunitensi. Come fa notare Michael Mackenzie sul Financial Times dello scorso venerdì, la guerra dei dazi potrebbe evolvere in una guerra valutaria:L’ultimo aumento delle tariffe al 25% per 200 miliardi di prodotti è stato accompagnato da un dollaro a 7.10 sullo Yuan. Se Trump procede con tariffe su altri 300 miliardi di beni – quelle minacciate recentemente –, anche solo a un’aliquota iniziale del 10%, questo potrebbe portare il dollaro a 7,40 sullo Yuan”.

E qui arriva il dilemma di ogni osservatore: fino a dove può spingersi la convenienza di Pechino a un’eccessiva svalutazione? La Cina sta vendendo una gran quantità di T-bonds americani – i dati forniti dalla Fed aggiornati allo scorso 31 marzo dicono che i titoli di Stato Usa in mano ai cinesi sono scesi a un valore pari a 1,12 trilioni di dollari, il più basso da due anni a questa parte – per comprare Yuan a difesa del cambio. È possibile vedere un cambio a 7,70 potenzialmente in grado di danneggiare le imprese cinesi, fortemente indebitate in dollari?

Sarà il tempo a dirlo, certo è che questo scontro commerciale lascia una testimonianza forte, sottolineata dal New York Times lo scorso 17 maggio: “La Cina ha molte carte a disposizione. Rimane una grossa fonte di profitto per Apple, Boeing, GM, Statbucks e altre grandi multinazionali statunitensi. Può usare le sue considerevoli armi finanziarie e il controllo del Governo su leve economiche cruciali per sopportare una guerra commerciale prolungata, mentre i media di proprietà statale danno una mano ad arginare il malumore della popolazione.

Repetita iuvant: non è questa la sede per muovere una critica – positiva o negativa che sia – nei confronti dell’economia e del sistema politico cinese. Certo è che chi possiede le chiavi di casa, sembrerebbe per lo meno essere in grado di decidere il proprio destino. Anche di soccombere, se necessario.