Unicredit ha deciso di puntare sulla digitalizzazione dei processi e dei servizi, incoraggiando l’uso esclusivo dei canali internet e telefonici, cosa che ha portato l’attività dei clienti allo sportello a dimezzarsi in pochi anni. Per questo è prevista la chiusura di 450 filiali, e una riorganizzazione che porterà 5.500 nuove eccedenze oltre alle 500 causate dalle nuove operazioni di Transform 2019. Praticamente si è dato il via a 6000 esuberiUnicredit è attiva in 17 Paesi con 7800 filiali. Ha perseguito una politica di acquisizioni in Europa, in particolare in Europa dell’Est e in Germania, dove è una delle banche più importanti, ma il taglio di personale in Italia rappresenta la gran parte degli 8000 posti di lavoro che verranno persi all’interno del gruppo, le cui attività spaziano in tutti i settori bancari: dal private banking alla banca retail, dall’online banking alla banca di investimento. Dal 2016 l’amministratore delegato è Jean Pierre Mustier (attualmente indagato nell’inchiesta su Alitalia), che ha iniziato il suo mandato con un aumento di capitale da 13 miliardi.

Vogliono inculcarci l’idea che l’avanzamento tecnologico sia un bene per l’umanità, per il pianeta addirittura. Lo chiamano progresso, dando l’immagine di qualcosa che si muove verso livelli superiori e, in quanto superiori, migliori. Migliore la nostra vita, più veloce, più sicura. Ogni cosa a portata di mano, a portata di click. Ci inducono a desiderare che sia così. Prendiamo i cellulari: ci facilitano la vita, è vero, eppure, quante risorse naturali vengono sprecate per creare ogni anno modelli nuovi, per infinite marche, con differenze minime? Questo bisogno è reale? L’utilizzo delle tecnologie belliche dovrebbe averci insegnato che l’innovazione, lungi dall’essere fonte di miglioramenti a priori, è come minimo una vox media: né positiva né negativa. Dal nucleare al pagamento delle bollette online. Ad esempio, secondo la National Platform for the Future of Mobility, le auto elettriche potrebbero costare il posto a 400.000 lavoratori, solo in Germania, entro il 2030. L’attuale sistema di produzione ha come motore ontologico il profitto, ed è per questo che i lavoratori cosiddetti “sottospecializzati”, una volta sostituiti dall’innovazione tecnologica, si trovano a ingrossare le fila dell’”esercito industriale di riserva” (come direbbe Marx), finendo per farsi concorrenza a ribasso, in un quadro lavorativo dove conterà sempre di più la particolarizzazione delle mansioni. 

In un contesto socio-economico in cui l’essere umano è consumatore o macchina produttiva, in cui si vuole mantenere fluido il mercato con le “novità”, e con oggetti che hanno la tendenza a rompersi dopo pochi anni, in cui l’appropriazione delle risorse è un fine da perseguire con ogni mezzo necessario (dalla guerra al neocolonialismo delle multinazionali), e in cui il lavoro in eccesso non viene riassorbito, il progresso per amore del profitto non fa che danneggiare il nostro pianeta e chi lo abita. Prima di andare avanti bisognerebbe riflettere profondamente sul nostro essere “uomo economico”, e sul perché, al tanto decantato progresso tecnologico, non stia, evidentemente e palesemente, corrispondendo un aumento del benessere generale.