Berlino, 1945. Non è il titolo di un romanzo, ma la metafora di una disfatta incominciata nel pomeriggio del 4 marzo e proseguita, al Nazareno, nella lunghissima e funerea notte che ha seguito la chiusura delle urne e che tanto ricorda quella del marzo 1994. Peggio di così non poteva proprio andare per Matteo Renzi ed i primissimi della Leopolda. Lo facevano presagire molte cose e nella stessa sede del Partito Democratico si avvertiva aria di disfatta: i primi exit-poll sfuggiti al segreto elettorale e circolanti sui Whatsapp dei fedelissimi parlavano piuttosto chiaro. Peggio di così neanche il secco no incassato da Renzi al referendum costituzionale. Nel silenzio cimiteriale della sede dem, voci di corridoio informano alla sera del 4 che la minoranza interna sia pronta a calare non tanto celatamente l’asso della manica: vogliono la testa del capo. E l’avranno – Maramaldo, tu uccidi un uomo morto! -. Ma del capo, nel mentre, non vi è nessuna notizia. Si dimetterà? Non si dimetterà? Parlerà? Nulla, tutto tace. È da rimandare alla mattinata del 5, in un convulso di fremiti, la scelta del segretario del PD di far trapelare, per mezzo dal suo portavoce, dopo alcune dichiarazioni dell’Ansa che davano per certe le sue dimissioni, l’annuncio che parlerà alle 17. Intanto, Renzi segue la sua condanna dalla sede del partito: qualcuno lo vede nervoso, altri se ne compiacciono. Stanno aspettando la resa. A smorzare, tuttavia, la tensione, nel lugubre clima del Nazareno, ci pensa il neoeletto senatore dem Pierferdinando Casini, dopo una vita condotta a barcamenarsi nel Parlamento alla ricerca dello scranno perduto: “mi auguro che non sia il momento della resa dei conti nel Pd ma di ragionamenti sereni e profondi”. Una chiamata alla serenità, mentre qualcuno brinda e altri piangono. Ma, notoriamente, chi di serenità ferisce, di serenità perisce.

Il disastro è, comunque, percepito ovunque. Mancanti all’appello 1000 sezioni, il PD risulta capitolare su tutti i fronti, dovendosi accontentare di un magro 19,1% al Senato e di un 18,7% alla Camera. Poco bene per un partito che ha retto il timone del governo in questi ultimi sfortunati anni. “Faremo opposizione”, questo il commento di uno stentoreo Ettore Rosato. Non che ci si aspettasse di più. Ma è la conferma di un flagello, forse annunciato o forse esorcizzato, che sancisce, per altri versi, una relativa maggioranza pentastellata e leghista. Chissà a quali responsabilità pensa Luigi di Maio nel commentare il “post-ideologico” successo che aprirebbe le porte alla Terza Repubblica dei cittadini. Sono solo specchietti per le allodole – incalza, d’altra parte, il padre dell’antifascismo post-fascista, Emanuele Fiano: “lasciamo un paese migliore di quello che abbiamo preso in mano”. Ecco svelata la tattica che porta chiunque a perdere: insistere nel vedere meriti in ciò che bisognerebbe nobilmente coprire con un velo pietoso.

Alla decima stazione del Calvario del Nazareno (peraltro, proprio in tempo quaresimale), Renzi è spogliato non solo delle vesti, ma anche del suo orgoglio. Vittima e carnefice della sua vanagloria, tessitore e disfacitore delle sue trame, all’orario previsto non si presenta ancora. Alle 16:30 si apprende, infatti, che la conferenza stampa di Matteo Renzi è stata differita di un’ora, quando già un paio di ore prima, emerso da un cupo silenzio, è intervenuto Pietro Grasso, visibilmente rattristito per il risultato di un partito che avrebbe dovuto, in linea di principio, raccattare gli esuli della ghigliottina renziana, bersaniani e dalemiani, letteralmente bastonati dall’esito elettorale. Quando intorno alle 18 il Segretario si decide ad intervenire, dopo ormai ventiquattro ore di tensione, gli animi sono surriscaldati. In sala, tutti credono che sia pronto a fare un passo indietro e ad abbandonare deliberatamente il governo dell’imbarcazione. Lo Stato Maggiore lo accompagna, fedelissimi e meno. Non lascerà spazio a domande di altra sorta; la delusione è grande, sebbene in parte camuffata dall’entusiasmo erasmusiano per i successi della sua segreteria e del suo governo. La risposta è, comunque, inequivocabile, le attese sono confermate: Renzi lascerà la segreteria, si procederà poi ad un Congresso ed a nuove primarie. Ma non si renderà artefice di nessuno accordo, non si unirà agli estremisti, proclama, poiché si sente responsabile e garante morale nei confronti degli italiani. Avrebbe fatto meglio a dire che non si unirà, poiché il 18% non gli avrebbe consentito di fare non diciamo la stampella, ma neanche la carrozzella dell’eventuale maggioranza. “Restituiamo le chiavi di casa, con una casa che è molto più in ordine e tenuta bene”, conclude, con quello che, d’altra parte, somiglia ad un canto del cigno. Sarà pure, ma questa casa pare messa bene solo al Segretario, nella sua retorica euroliberale a cinque stelle – queste sì, populiste a marcia invertita.

C’è poco da fare, si rassegnino i benpensanti dall’udito ottuso. Vince il populismo, il rifiuto dell’affettazione come comportamento politico, dell’incravattamento alla buona e delle buone maniere da impotenti (o da Gentiloni), maniere che conducono un paese come l’Italia al fondo del baratro. Ha perso il bocconismo, il fetore di superiorità morale, l’acredine boldrinesca da agenti umanitari, da spiccioli sentimentalisti che sognano un paese privo di sovranità, di lavoro e di sicurezza e, al compenso, ricco di immigrati con cui facilmente pulirsi una coscienza morale masochista; hanno perso i lettori di Michele Serra, i becchini del populismo e gli alienati di Mauro Biani. Di questo non possiamo che essere contenti: ha perso chi, tra una pacca all’immigrazione e una all’antifascismo, è stato violentemente precipitato sulla terra, dopo anni di residenza in un dolce castello fatato.

Su tutto ciò è, finalmente, suonata la campana a morto. Con tanto di Requiem.