L’Italia è il paese delle divisioni e delle polarizzazioni dell’opinione pubblica. Ormai è noto. Eppure, quando alcuni media italiani hanno riportato un tweet di Jair Bolsonaro, si è verificata una generale levata di scudi. Il tweet del presidente brasiliano risale al 26 aprile e contiene anticipazioni sul destino di due facoltà umanistiche:

«Il ministro dell’Istruzione sta studiando la decentralizzazione degli investimenti dalle facoltà di filosofia e sociologia […]. L’obiettivo è concentrarsi su materie che generano un ritorno immediato per il contribuente, come veterinaria, ingegneria e medicina […]. Il ruolo del governo è di rispettare il denaro dei contribuenti, insegnare ai giovani a leggere, scrivere, perché acquisiscano competenze che generino un reddito per la persona e garantiscano il benessere della famiglia, che migliora la società attorno a loro».

L’indignazione nostrana non si è fatta attendere: alcuni hanno assimilato il pensiero di Bolsonaro a vessillo della barbarie politica, altri hanno riesumato, qualora non fosse inflazionata abbastanza, l’accusa di fascismo; e così via enumerando. Cominciamo stabilendo un punto fermo: Bolsonaro è nel torto. Lo è perché è semplicemente folle misurare la validità di un percorso di studi sulla base del ritorno economico generato. Non serve spendere ulteriori riflessioni, così come non serve adoperare le risposte preconfezionate che troviamo nei manuali liceali alla domanda: “Perché studiare filosofia?”. Il vero quesito da porsi è un altro: perché, nonostante tutto, il tweet di Bolsonaro ci infastidisce? Perché certe dichiarazioni fanno scattare automaticamente in noi un moto d’indignazione? Perché c’è qualcosa che non riusciamo a digerire, qualcosa che va al di là del paternalismo insopportabile del tweet.

Forse il problema è il seguente: siamo in grado di percepire l’utilità di simili studi, ma non riusciamo a farla emergere nel concreto. Abbiamo una narrazione apologetica della filosofia che è tanto astratta quanto vetusta; sostenere che la filosofia sia utile perché “sviluppa il nostro senso critico” o perché “ci aiuta a riflettere sul presente” è il nostro tentativo di incasellare la disciplina in una vaga cornice di senso, ma attenzione: non si sta dicendo che le suddette argomentazioni siano false, ma solo insufficienti. Il fatto stesso che lo statuto della filosofia sia di per sé un problema filosofico dovrebbe far riflettere sull’inconsistenza di certe soluzioni.

Ma c’è di più: in Italia non abbiamo ancora svecchiato l’insegnamento della filosofia. In estrema sintesi potremmo dire che l’approccio italiano, in materia di trasmissione del sapere filosofico, è ancora fermo al neoidealismo: nei licei non si studia filosofia, ma storia della filosofia e così va in scena il grosso carrozzone di filosofia antica, medievale, moderna e contemporanea. «A volte si pensa che la storia della filosofia sia come una lunga autostrada, in cui si entra al casello “Talete” e si esce solo al casello “Derrida”, senza alcuna interruzione o deviazione», scrive l’autore di un noto manuale di filosofia. L’osservazione è corretta nella sostanza, ma ha un dettaglio fuori posto: non la storia della filosofia, bensì la filosofia tout court viene pensata come un’autostrada, dato che abbiamo appiattito la seconda sulla prima. Lo studente medio delle superiori finisce per considerare la filosofia come una torre di Babele, come un mastodontico archivio di riflessioni, citazioni e discorsi, tutti slegati tra loro, verso cui attingere qua e là. Senza un ubi consistam che ci permetta di costruire una riflessione autonoma, si finisce per sdoganare di fatto il principio di autorità: non si sostiene una tesi per via di un ragionamento e di un’argomentazione propria, ma perché l’hanno sostenuta Aristotele, Kant o Putnam.

Con simili limitazioni culturali diventa difficile rivalutare la filosofia, soprattutto in un possibile contesto lavorativo. Fino a che non riabiliteremo l’immagine del filosofo, fino a che non smetteremo di pensarlo come il maestrino che dispensa ex cathedra massime sulla vita, fino a quel momento, siatene certi, saremo condannati alla debole indignazione di chi non sa nemmeno cosa sta difendendo.