Il giornalismo mainstream ama i piagnistei: tra le sue più alte vocazioni, indubbiamente, vi è quella di commuovere il lettore con storie patetiche, volte a debilitarne il senso critico. Drammi sì reali – quando non disgustosamente montati ad arte –, ma spesso piegati alle logiche della propaganda. Il tragico – ma che non fa ascolti – rimane invece ben lontano dai riflettori del gran circo mediatico. Pochissimi infatti sono i palcoscenici dell’informazione che hanno messo in scena il dramma delle giovani donne cristiane del Pakistan, vendute come spose a ricchi scapoli cinesi. L’immondo traffico è stato recentemente intercettato dalle autorità pakistane, con l’arresto di dieci cittadini cinesi e quattro pakistani: probabilmente piccoli nodi di una rete molto più ampia e articolata.

In Pakistan, ragazze povere della minoranza cristiana, venivano infatti adescate dai cinesi con l’aiuto di uomini del posto. Le famiglie venivano ingannate dai loro aguzzini con bugie facenti leva sulla situazione di disagio sociale e povertà da cui esse erano vessate: denaro, un visto cinese per un uomo della famiglia, il sogno di un futuro migliore per le loro figlie per le quali, nella società pakistana, non tutti sono in grado di sostenere i costi onerosi per la dote che un matrimonio comporta. I trafficanti raggiravano le famiglie garantendo che i ricchi mariti cinesi si erano recentemente convertiti al cristianesimo. Ma dopo aver ceduto a tali lusinghe, la speranza di una vita migliore svaniva immediatamente e l’inganno era presto svelato: i trafficanti vendevano le giovani a famiglie cinesi in cerca di spose per i loro figli, per cifre che andavano dai 3.000 a 13.000 dollari. E da lì aveva inizio l’inferno: una volta acquistate come merce, le promesse spose venivano rinchiuse in una stanza e violentate ripetutamente, con il solo obiettivo di ingravidarle rapidamente. Si stima che da ottobre 2018, almeno 1000 ragazze pakistane siano state vendute come spose e abbiano subito questo barbaro trattamento, che vede donne vendute come merce, frastornate da speranze di riscatto sociale poi disattese; violentate con il solo scopo di renderle incubatrici umane, derubate della loro dignità di donne, di spose e di madri.

La tratta delle spose tra Pakistan e Cina è esplosa negli ultimi anni. Le ragioni del proliferare di questo traffico criminale vanno ricercate in entrambi i paesi che ne sono protagonisti.

In Pakistan alla minoranza cristiana è riservato un trattamento particolarmente ostile e non è tutelata in alcun modo: ancora molti sono i casi di accuse di blasfemia ai danni dei cristiani, ed inarrestabili sono le conversioni forzate all’Islam, spesso a seguito di rapimento e violenza sessuale, di ragazze cristiane e indù, vittime di continue violenze fisiche e morali.

La Cina, invece, in seguito alla politica del figlio unico, è diventata uno Stato anziano e a prevalenza maschile. Se prima il rapporto tra maschi e femmine era di 105 a 100, con gli aborti selettivi la proporzione è diventata di 119 a 100, con vette che toccano i 135 a 100 in alcune province. Il risultato è che in Cina ci sono 50 milioni di uomini in più rispetto alle donne: tale squilibrio ha portato alla creazione dei cosiddetti «villaggi degli scapoli» ed ha contribuito ad incentivare un vero e proprio traffico di esseri umani, che vede donne rapite e vendute come mogli dentro e fuori il Paese. In particolare, la tratta tra Cina e Pakistan si è andata ad innestare sul Corridoio Economico tra i due paesi (CPEC) che è stato inaugurato cinque anni fa ed ha portato ad un’esponenziale crescita degli investimenti cinesi in Pakistan. Con la crescita degli investimenti, però, è aumentato anche il giro d’affari illegali di incontri combinati e questo immondo traffico di donne, finalmente intercettato dalle autorità.