Il partito conservatore, nei giorni scorsi, ha presentato una mozione di sfiducia contro il premier britannico, nonché leader dei Tories, Theresa May, rea di aver gestito in maniera sbagliata l’accordo con l’UE sulla Brexit. Graham Brady, capogruppo dei conservatori alla Camera dei Comuni, ha trovato il sostegno dei 15% dei deputati del suo gruppo, necessari per avviare il procedimento. Nella tarda serata di ieri il responso è arrivato: il primo ministro May ha vinto la sfida contro i suoi rivali all’interno del partito, con una maggioranza di 200 deputati su un totale di 315. Una vittoria non indolore, considerando che il 37% dei suoi compagni di partito si è schierata a favore di un suo passo indietro. Theresa May, prima del voto, ha annunciato che non si ricandiderà alla guida dei Tories nel 2022. Ma perché si è giunti a questo strappo, a tal punto da mettere la minoranza del partito sul sentiero di una guerra intestina?

Il fulcro della contesa ha un nome: “backstop” – traducibile con il termine “barriera” –. Trattasi di un meccanismo mediante il quale si prevede che, in caso di mancato accordo tra Regno Unito e UE – accordo atto al disbrigo degli affari correnti prima della Brexit –, permarrà ugualmente l’unione doganale tra Londra e Bruxelles. Mossa – questa – volta a scongiurare la situazione di crisi in cui si verrebbe a trovare il confine tra Irlanda del Nord – che fa parte del Regno Unito – e la Repubblica d’Irlanda – che è uno stato membro dell’Ue –. Ricordiamo infatti come i due stati, in passato, si siano resi protagonisti di una sanguinosa guerra civile, all’interno di un conflitto nel quale le motivazioni religiose e di patria, svolsero un ruolo di primo piano. Dopo che si addivenne ad una pacificazione, la vita poté riprendere tranquillamente anche grazie alla libera circolazione di merci e persone, che fecero parzialmente dimenticare i contrasti avuti nel passato.

Secondo gran parte del parlamento britannico però, la soluzione escogitata dai negoziatori europei, attraverso una raffinata diplomazia, manterrebbe sostanzialmente inalterato lo status quo, provocando uno stallo politico, con il rischio di paralizzare la definitiva uscita del Regno Unito, chissà per quanto tempo, viste le difficoltà a trovare un accordo che possa soddisfare entrambe le parti. Theresa May dovrà gestire l’agenda che sancirà l’uscita del Regno Unito dall’UE con cautela, trattando con cura il tema spinoso del “backstop” e dovendo scongiurare le astuzie gattopardesche dei burocrati di Bruxelles. Essendo altrettanto consapevole che una consistente fetta dei suoi non ha esitato a votare contro di lei, giudicandola troppo arrendevole nei confronti dei diktat della Commissione Europea. Saranno mesi di attesa, giorni decisivi per determinare cosa ne sarà dell’UE. Perché, inutile prenderci in giro, in caso di completa vittoria del progetto Brexit, possiamo essere certi che l’esempio del Regno Unito non resterà inascoltato e darà la prospettiva di ciò che la forza di un popolo è capace di compiere.