Una settimana fa il ministro Matteo Salvini aveva dichiarato alla stampa che da Bruxelles stava per arrivare una buona notizia, ovvero che l’Unione Europea, tanto criticata per la rigidità verso i conti italiani, era pronta ad alzare dal 40% al 55% la partecipazione al finanziamento del tunnel di base della Torino-Lione. Il costo del corridoio tra Bussoleno e Saint Jean De Maurienne, meglio nota come Tav, è di 8,6 miliardi di euro. La Commissione, tra l’altro, aveva ribadito che ritardi nell’attuazione del progetto potrebbero portare a una riduzione della sovvenzione UE, in linea con il principio “usalo o perdilo”: 813,8 milioni di euro del cofinanziamento sono stati approvati per la prima fase dei lavori e questa somma è subordinata ai progressi compiuti sul cantiere.

Il tempo gioca a sfavore degli attendisti. Peraltro, a elezioni europee concluse, sono venute meno le ragioni di ulteriori attese. Stiamo quindi parlando di una vicenda sulla quale, con ogni probabilità, si giocheranno le sorti del governo, perché di indirizzo e perché tanto dibattuta prima e durante la campagna elettorale.

Il rapporto costi-benefici che i 5stelle portavano a dimostrazione delle loro ragioni verrebbe, così facendo, a perdere gran parte della propria fondatezza. Il no dei grillini è soprattutto ideologico, per quanto sia stato fin dall’inizio spacciato come sostanzialmente economico. Sarà la Tav anche “un buco nella montagna”, come disse Toninelli, ma ben vengano buchi che significhino rapporti commerciali e non solo, ancor più se ben visti a livello di un’Europa di cui facciamo pur sempre parte e che ci può dare un consistente aiuto economico nella sua realizzazione.

Se prima delle europee l’unico modo per ottenere un “” da un movimento famoso per dire sempre “no” sarebbe stato una formulazione negativa del tipo “Volete non fare la Tav?”, ora converrebbe ai 5stelle fingere un ripensamento in virtù dei nuovi numeri. Inutile dire che perderebbero comunque la partita a livello politico, ma almeno salverebbero la faccia ed eviterebbero la magra figura di dover obbedire alla volontà dello scomodo “alleato” di governo che, in caso di rifiuto, non avrebbe pretesto migliore per rompere e andare a nuove elezioni.

Ostinarsi a dire “no” a prescindere al “buco nella montagna” si rivelerà altrimenti un gran buco nell’acqua, se non peggio, per la compagine gialla del governo.