Sicuramente non saranno passate inosservate agli attenti maratoneti di questa propaganda elettorale, le parole del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker di pochi giorni addietro. L’esponente principale di quella classe elitaria che rappresenta la cultura burocratica dell’Unione Europea si è espresso con parole forti, ma che suonano alquanto familiari per un attento ascoltatore:

«Dobbiamo prepararci per lo scenario peggiore e il peggior scenario potrebbe essere nessun governo operativo».

Fin qui, nessuna obiezione. Soprattutto, riguardo al fatto che il presidente della Commissione europea ha semplicemente messo l’accento sul fattore chiave di questa campagna politica, ovvero la possibilità concreta che nel periodo del post-voto, la governabilità nel bel paese sarà probabilmente una chimera. Ovviamente, sono parole che hanno suscitato un brivido freddo lungo la schiena dei mercati finanziari, nei quali è stato registrato, seguendo i dati forniti da Il Giornale, che l’indice FtseMib della Borsa di Milano avrebbe iniziato a perdere punti, chiudendo a -0,84%: non troppo, ma comunque peggio di tutti. Francoforte ha chiuso in pari, Parigi e Madrid positive, anche se di poco, mentre Wall Street nel pomeriggio europeo era stabilmente in rialzo, tra l’1 e l’1,5 per cento.

Parole e dati, dunque, che sono serviti oltretutto per creare un capro espiatorio nella lotta sul fronte della propaganda politica, dalla quale si è sentito crescere un coro unanime di scherni verso il presidente della Commissione europea. Tuttavia, le parole di un fantozziano Juncker dovrebbero servire come spunto di ragionamento, soprattutto in vista di una tornata elettorale che potrebbe presagire realisticamente un governo di larghe intese, nel migliore dei casi, o un serio problema di ingovernabilità che trascinerebbe il paese in un periodo di crisi amministrativa, il quale nuocerebbe ai mercati finanziari più di qualche parola qualunquista del presidente della Commissione.

Invece, in questo periodo di populismo e lotta al paracadute, tutto diventa utile per il proprio scopo. Si preferisce puntualizzare e rettificare le parole di Juncker, piuttosto che analizzare un problema che è evidente nel nostro paese; si preferisce rimarcare la sovranità popolare, invece di sottolineare il problema dell’astensione al voto e della frammentazione politica che si è venuta a creare con l’ausilio di una legge elettorale eufemisticamente inadeguata.

Sicuramente il presidente Juncker poteva risparmiarsi queste parole, soprattutto gettando l’occhio e l’attenzione non solo sul contraccolpo finanziario, del quale dovrebbe essere almeno cosciente, ma per di più sul carattere culturale italico per il quale ci spazientiamo con maggiore veemenza quando è un estero a parlare di “noi”. Una cultura nazionalista che facciamo fatica a scrollarci di dosso, soprattutto se la classe dirigente non aiuta a portare avanti un ragionamento sano e costruttivo. Nella società della liquidità dei valori e di una decostruzione radicale della cultura politica, tutto può essere strumentalizzato per focalizzare l’attenzione di un popolo ormai alla deriva; soggiogato come i propri politicanti da un sistema economico e politico nel quale il contraddittorio e il ragionamento sono lasciati ad un anestetizzato “quarto stato”.

L’Uomo dei lupi deleuziano, quindi, non si trova più a suo agio nella realtà. Continua a vivere con indolenza quella routine che ha imparato sin da troppo tempo. Imparare, assimilare, obbedire e ripetere. Non ci poniamo più domande, il concetto stesso di alternativa politica è passato in mano ad un populismo sfrenato. Ma forse aveva ragione Gobetti che in un periodo totalmente diverso dal punto di vista economico, politico e sociale, aveva punzonato gli italiani proprio sul solo tasto più dolente e forse più reale:

Ad un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio”.