La battaglia ideologica che continua a infuriare sulla morte di Stefano Cucchi ricalca da vicino, nelle sue fattezze, le vicende immediatamente successive alla morte di Patroclo raccontate dall’Iliade. Le similitudini sono nette fra i due avvenimenti: si combatte in maniera furiosa intorno a un corpo esanime di un ragazzo, spinti da una rabbia e un orgoglio amplificati dal senso di perdita provato da entrambi gli schieramenti coinvolti. Ciò è dovuto al fatto che, nonostante la contrapposizione (ideologica ai giorni nostri e militare nei versi dell’Iliade), entrambi gli schieramenti percepiscono fin dal principio la portata drammatica che la morte di un semplice ragazzo sarà in grado di scatenare. Infatti, così come la morte di Patroclo spinse il suo amato Achille a riunirsi alla guerra, anche la morte di Stefano ha spinto l’intera opinione pubblica a partecipare attivamente a un caso di cronaca giudiziaria che rischiava di rimanere impantanato nella palude che si è cercato disperatamente di alimentare per fermarlo. Tale coinvolgimento è dimostrato dal vigore con cui, a distanza di anni, la vicenda è trattata nei media e nei dibattiti.

La profondità della ferita che tale evento è stato in grado di generare nell’opinione pubblica è dovuta, come sappiamo, a diversi fattori concomitanti: le circostanze agghiaccianti della morte del ragazzo, le responsabilità dirette e indirette della stessa e le reazioni politiche e giudiziarie seguite a tutto questo. Ma, senza dubbio, ciò che più di tutti continua a ferire l’animo di ogni italiano è l’atteggiamento tenuto per anni dall’Arma dei Carabinieri sulla vicenda. Tralasciando le dichiarazioni a dir poco fuori luogo di alcuni sindacati militari, ciò che ha contraddistinto l’atteggiamento dei vertici dell’Arma in tutti questi anni è stata l’omertà e la dissimulazione verso una vicenda sicuramente sottovalutata nella sua portata mediatica dagli alti papaveri militari, ma soprattutto drammatica per la reputazione della Benemerita.

Nell’immaginario di ognuno i Carabinieri fanno intimamente parte dell’idea di sicurezza e protezione, per ragioni culturali e storiche. Da sempre, infatti, i Carabinieri sono percepiti come una presenza abituale nelle nostre città e, grazie anche alla letteratura, alla musica e alla TV, come parte integrante della nostra identità nazionale. Basti pensare alla loro presenza nella favola di Pinocchio (nella versione originale scritta da Collodi, ovviamente), in alcuni pezzi cult della nostra cultura musicale (vi ricordate chi accompagnò Bocca di Rosa al primo treno?) e, non da ultimo, alle vicende del maresciallo Rocca di cui, almeno una volta nella vita, ognuno di noi avrà sicuramente visto uno spezzone di puntata. Ebbene, tale presenza assidua nella nostra cultura non è casuale, ma figlia di una presenza costante sul territorio nazionale fin dalla nascita del nostro disgraziato Stato e, soprattutto, merito di una vicinanza alla popolazione quasi osmotica (ancora oggi nei centri più piccoli il carabiniere è visto spesso come un punto di riferimento, più che un mero tutore dell’ordine). E, francamente, non date retta a coloro che inveiscono contro i carabinieri definendoli “servi” o “infami”: tali individui sono talmente miopi da non capire che, senza i Carabinieri, non potrebbero mai permettersi di sfilare in maniera più o meno distruttiva per le città a saccheggiare e distruggere, scandendo slogan francamente anacronistici, dato che sono proprio gli stessi Carabinieri a garantirgli un percorso per manifestare.

Tuttavia, tale idillio è stato talmente infangato dalla vicenda Cucchi da non poter più vedere ormai quella divisa, originariamente di un blu notte, non contaminata da una piccola macchia di nero, resa sempre più grande ed estesa dal passare degli anni con le coperture, i depistaggi e le false testimonianze rese durante i vari round processuali della vicenda. Tale macchia rimane pur sempre piccolissima di fronte all’impegno costante dei militari della Benemerita, ma non se ne può negare l’esistenza. Ed è proprio questo che fa più rabbia: la miopia e la dabbenaggine con cui si è trattata la vicenda hanno finito per travolgere non solo i vigliacchi che hanno ammazzato di botte Stefano Cucchi, ma soprattutto coloro che li hanno coperti per anni e, non da ultimo, l’intero Corpo, come una slavina che nasce apparentemente innocua si trasforma nel suo incedere in una valanga in grado di sradicare intere foreste.

Ciò per cui, di conseguenza, oggi si lotta ancora strenuamente non è solo consegnare alla giustizia gli assassini che hanno fatto sì che delle scale massacrassero Stefano Cucchi, ma anche per cercare di lavare un’onta che difficilmente scomparirà in breve tempo, inquinando così in maniera forse irrecuperabile quella reputazione e quell’onore che tanto (troppo spesso) sono stati trascurati in questi anni tristi. Perché, nonostante un ministro degli Interni che preferisce perennemente la campagna elettorale a una qualsivoglia dimostrazione di lungimiranza politica o di umanità banalizzando in ogni modo la questione, la battaglia politica e ideologica infuria ancora in maniera feroce intorno ai corpi tumefatti di Stefano e dell’arma dei Carabinieri. I due sono legati in maniera intima fra loro: entrambi hanno subito una sorte ingrata, hanno visto la loro dignità calpestata ingiustamente e, soprattutto, continuano a cercare giustizia.