Con i numeri non si discute, il midterm election che si tiene a due anni dalle elezioni presidenziali e che funge da banco di prova delle politiche governative, divide il paese. Sono universi paralleli quello dell’arcinoto Trump con le sue uscite da spaccone, il suo ego inviso non solo ai democratici ma anche a parte della vecchia guardia repubblicana, e quello del leader democratico, la italoamericana Nancy Pelosi, una donna dai tweet sobri e dosati, nel cui account campeggia il viso di Shirley Chisholm, prima donna nera eletta al congresso, che con una semplice frase: “se al tavolo non ti danno una sedia, portane una pieghevole” invita a non arrendersi, a battersi per i propri diritti.

Secondo il Variety il partito democratico, dopo questa tornata elettorale, esce fuori come il partito dei first; Jared Polis è il primo governatore dichiaratamente gay, mentre Rashida Tlaib e Ilhan Omar sono le prime musulmane ad entrare nella camera, e questi sono solo alcuni first di un’America autenticamente aperta a cambiamenti attualmente impensabili nel vecchio continente. La parola d’ordine dei democratici è noi, non io; Nancy Pelosi ha 78 anni e vorrebbe cedere il passo a chi è più giovane, non è però facile trovare un degno successore, la sua personalità ha catalizzato non solo proseliti ma anche somme assolutamente ragguardevoli. Parrebbe che questo rinvigorito partito democratico riservi solo piacevoli sorprese, tuttavia è da ricordare che l’America liberal è anche l’America antitradizionale per eccellenza, l’America del gender fluid un America che potrebbe sostituire mode momentanee alla tradizione, creando scompensi identitari o riproponendo filosofie preriscaldate in chiave eccessivamente naiv, inglobandole magari in un sistema liberale che ne massificherebbe il contenuto, restringendo il sacro a un culo come quello delle celebri foto di Toscani.

Dall’altro lato Trump, un winner ad ogni costo, uno che non parla in pubblico delle sue paure perché potrebbero essere usate contro di lui; sboccato nei toni, con un tweet ogni tre ore ha fatto del politically incorrect un cavallo di battaglia. Trump è grottesco, trash, decadente, utilizza tematiche tradizionali in maniera fanatica strumentalizzando tragedie per rimpinguare le lobby delle armi, a due anni dalla sua candidatura le sue uscite non fanno neanche più scalpore, e stando al Washington Post i suoi modi eccessivamente tough (duri) non piacciono più così tanto.

Tornando alla sua pagella, il NY Times afferma che il peso dell’economia in queste elezioni è stato significativo ma non determinante, attualmente il tasso di disoccupazione americano è del 3.7% e ben 8 americani su 10 sono soddisfatti dell’andazzo economico del paese. Nonostante la prosperità, dovuta evidentemente alle politiche dell’attuale governo, i repubblicani hanno perso una camera. La ragione si può forse trovare nella già citata pagina tweeter di Pelosi, in cui è condiviso un post di un altro democratico Ben Ray Lujan, che scrive seguito dall’hashtag For the people: “nessuno dovrebbe andare in bancarotta per avere un’assistenza sanitaria”. Una parte del popolo americano, forse neanche così povero, desidera un servizio welfare valido per chi ha meno.

In questa situazione di stallo alla messicana, dove i numeri segnano un pareggio, ma entrambi i condenti vorrebbero farsi fuori, i democratici potrebbero usare l’arma dell’impeachment, avendo infatti la maggioranza alla camera potrebbero pretendere da Trump, tramite un procedimento di poenous, le dimissioni per un’ipotetica evasione fiscale. Se l’impeachment venisse accolto basterebbe il voto dei due terzi dei senatori per deporre Trump, ma il rischio è che l’elettorato possa intendere la mossa dei democratici come un vero e proprio colpo di Stato e, conseguentemente, Trump potrebbe passare come vittima.

Com’è prevedibile entrambi gli schieramenti stanno festeggiando considerando i propri risultati come vittorie schiaccianti sull’avversario, ma è anche piuttosto evidente che si tratta per entrambi di una, seppur importante, vittoria di Pirro. Solo un fatto a questo punto è incontestabile: gli Stati Uniti, oggi più che mai, sono spaccati in due parti perfettamente simmetriche.