Lo scorso 20 marzo, l’assemblea politica del PPE ha deciso di sospendere il primo ministro ungherese Viktor Orban e il suo partito Fidesz dalla formazione che detiene la maggioranza dei seggi nel Parlamento Europeo.

La bagarre che ha portato all’espulsione del partito ungherese e del suo leader risale a circa un mese fa, quando il governo ungherese era giunto a promuovere una campagna politica contro il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker –  anch’egli membro del PPE – , reo, secondo il premier magiaro, di minacciare la sicurezza dell’Ungheria, imponendo la redistribuzione dei migranti, diversi dei quali sbarcati sulle coste italiane.

L’attacco al presidente Juncker ha permesso al presidente del PPE, il francese Joseph Daul, di convocare il consiglio di presidenza del partito affinché venisse discussa la questione, sotto richiesta di ben sette formazioni politiche appartenenti alla compagine popolare europea.

In un lettera del 5 marzo, Manfred Weber, capogruppo del PPE e candidato alla presidenza della Commissione europea, aveva intimato ad Orban le condizioni da rispettare affinché lui e il suo partito potessero restare all’interno del PPE –  tra le quali: pubbliche scuse al partito e risoluzione del caso che vedeva implicata l’Università di Soros.

La scelta della sospensione è una via di mezzo che ipocritamente accontenta tutti. In primis il PPE, che può revocare la sospensione nel caso in cui una discreta manciata di seggi nella prossima legislatura europea possano far comodo e, dall’altra, mostra all’Europa “liberal” che è in grado di fare pulizia al suo interno, quando occorre.

Le criticità di Orban e del suo governo, d’altra parte, sono altre: aggressività fiscale – flat tax al 9% per le società e al 15% per le persone fisiche – , leggi sul lavoro –  aumento degli straordinari con possibilità assegnata ai datori di lavoro di dilazionare i pagamenti sino a tre anni –  e scarsa cooperazione con i governi nazionali più affini politicamente. Il che rende l’Ungheria una concorrente pericolosa non solo per l’UE, ma anche per gli stessi vicini.