Quando alla fine degli anni settanta lo psicologo austriaco Paul Watzlawick asseriva dalla Scuola di Palo Alto che “L’illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un’unica realtà“, in Europa si insediava il primo Parlamento votato dai cittadini dell’Unione. Quarant’anni dopo, lo scenario geopolitico del Vecchio Continente è radicalmente cambiato e l’illusione che la stessa istituzione possa aver conservato le velleità e l’unità delle origini, non solo è smentita dai fatti – leggasi caso Brexit – ma rappresenta un pericolo reale nel caso le forze in gioco decidano di perseverare in alleanze mobili al solo scopo di garantire la governabilità di un sistema apertamente iniquo per i governati.

Scrutando i sondaggi diffusi dallo stesso Europarlamento a tre mesi dal voto, carta carbone dei risultati ottenuti nelle elezioni politiche nazionali, i partiti tradizionali sembrano sempre più sulla via del tramonto, nudi nelle forme e nei contenuti ed oggi più che mai incalzati dalle nuove formazioni pragmatiche che preferiscono parlare alla pancia anziché alla testa dell’elettorato. Snocciolando i numeri del processo in atto sui banchi di Bruxelles, i due poli storici rappresentati da Popolari e Socialisti perderanno un numero di seggi tale da non potergli garantire la maggioranza, fissata a 353 parlamentari dopo la riduzione derivata dal congedo britannico all’UE che dovrebbe concretizzarsi a breve nonostante le ultime resistenze laburiste e liberali.

Il buco inglese in Parlamento, lungi dall’avere un effetto centripeto, lascerà spazio a gruppi politici antagonisti al bipolarismo PPE-PSE, rinforzando le file dei liberali riuniti nell’ALDE, pronti altresì ad abbracciare il risultato elettorale del partito di Macron (En Marche) e spargendo ulteriore sale sulla strada del sovranismo che avrà nella Lega di Salvini la motrice del gruppo ENF dove risiede anche Marine Le Pen. I sondaggi danno il Carroccio ben oltre il 30% e pronto ad attestarsi come secondo partito dell’UE appena dietro il più navigato CDU di Angela Merkel. Che l’exploit leghista fosse nell’aria era pronosticabile dall’esito delle elezioni regionali susseguitesi dopo le politiche 2018, che hanno visto Salvini ed accompagnatori trionfare in Molise, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo e a breve, salvo ribaltoni, in Sardegna. Le percentuali “bulgare” nelle elezioni europee riservano però sfaccettature alquanto differenti da quelle domestiche: tant’è vero che solo quattro anni fa il PD di Matteo Renzi volò oltre il 40%, salvo poi intonare il canto del cigno di una forza politica destinata ad implodere su sé stessa in nome dello sfacciato europeismo.

La Lega sa bene che i temi comunitari sono diversi da quelli di un Consiglio Regionale e che sovente possono persino contrastare. Per tale ragione Salvini, lo stesso eurodeputato che alla vigilia delle elezioni europee del 2014 lanciava il Noeuro Day a Milano e spostava abilmente il tiro da Roma all’Europa ladrona, adesso si trova ad un bivio: o accodarsi al liberalismo conservatore legittimante lo status quo dell’Unione, riunendosi alla variegata famiglia del centrodestra europeo, oppure fungere da abile sarto di tutte le anime euroscettiche e nazionaliste presenti nell’arco parlamentare, reclutando Orbán e Kurz, insieme ai polacchi del PiS.

Unendo i numeri sarebbe il secondo gruppo parlamentare e potrebbe far valere la propria tara nel peso delle decisioni in una possibile alleanza con il PPE, nella quale potrebbe inoltre risultare decisivo il posizionamento del Movimento 5 Stelle. Questi ultimi, ancora invischiati in un gruppo parlamentare orfano dei britannici dell’UKIP, hanno tutto l’interesse ad abbandonarlo in fretta. Non sorprende che Di Maio abbia strizzato l’occhio ai gilet gialli i quali, costituendosi partito autonomo, aprirebbero un nuovo fronte di alleanze garantendo al Movimento un’indipendenza maggiore dalle scelte del PPE. Infine, al vecchio PPE sarà affidato lo scettro dell’alleanza regnante: o rinverdire il PSE puntando ad una maggioranza centrista e noiosamente moderata con Liberali e Verdi, oppure, dopo aver constatato che le Sinistre non riescono più ad insidiarli neanche sul caro tema dell’internazionalismo, tentare un assetto parlamentare che possa cesellare nuove riforme, con l’obiettivo di placare la diffusione del malcontento nel Vecchio Continente.