Uno dei tanti parametri su cui basare una ricerca o un reportage riguardo la qualità e la ricezione del pubblico di un prodotto sul mercato è l’analisi, dopo alcuni anni di utilizzo, sui numeri dello smaltimento degli scarti del prodotto stesso. Infatti, per quanto riguarda l’utilizzo dei pannelli solari, le cifre che ci arrivano tra le mani sono davvero impressionanti. A causa della durata media di 25 anni, i pannelli che sono già inutilizzabili sono pochi: circa 1.000 tonnellate di rifiuti fotovoltaici sono stati smaltiti nel nostro paese nel 2018. Ma uno studio dell’Irena, l’agenzia internazionale per l’energia rinnovabile, prevede che per il 2050 l’Italia dovrà trovare il modo di disfarsi di 2,1 milioni di tonnellate di rifiuti fotovoltaici. Si tratta, dunque, di un’enorme quantità di vetro, plastica e silicio che se trattata correttamente può diventare una risorsa. Ma che, altrimenti, rischia di diventare una bomba ecologica.

I moduli fotovoltaici a fine vita rientrano nella categoria dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (i RAEE). Per gli impianti installati precedentemente al 2011 viene trattenuta al gestore una cauzione che, una volta stabilita il corretto procedimento di smaltimento, viene ovviamente restituita. La procedura cambia radicalmente per i pannelli acquistati dopo il 2011; in questo caso, l’onere dello smaltimento ricade sui produttori: si istituiscono, infatti, dei trust, strumenti finanziari in cui vincolare i fondi necessari.

Ed è proprio qui che emergono i problemi sul lungo periodo. La quota minima fissata per lo smaltimento è di un euro a pannello, il costo attuale del riciclo è fissato a circa 10 euro. Paolo Longoni, direttore generale di Ama, afferma: “Potrebbero non esserci le risorse necessarie per procedere allo smaltimento stesso e potremmo trovarci di fronte a soggetti che approfitteranno di canali alternativi per agire nell’illegalità”. Ma oltre a tale criticità, si inserisce, nelle crepe dei non sempre minuziosi controlli, il mercato illegale di rifiuti elettronici. Proponendo costi decisamente più bassi e, così, attirando l’attenzione dei grandi industriali, tale mercato sta letteralmente devastando il corretto funzionamento dello smaltimento.

Procediamo per passi e analizziamo il problema attraverso i luoghi in cui si insinua l’illegalità. Per quanto riguarda le destinazioni, Lagos in Nigeria è storicamente la porta d’ingresso dei traffici di RAEE nel continente africano. Attraverso il porto della metropoli passano ogni anno 60mila tonnellate di rifiuti elettronici, di cui il 77 per cento provenienti dall’Unione Europea. A raccontarlo è uno studio delle Nazioni Unite del 2018, ma quanto scoperto dai ricercatori dell’Onu potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Come loro stessi hanno denunciato, infatti, i controlli dei container in arrivo sono limitati e per chi gestisce i traffici illegali le conseguenze sono praticamente nulle. Olusegun Odeyinbgo, co-autore dello studio, spiega: “In tutti i casi in cui abbiamo trovato spedizioni contenenti rifiuti elettronici, gli enti responsabili non hanno preso nessun provvedimento. Non hanno né scritto un verbale né intrapreso azioni legali nei confronti dei soggetti coinvolti.” Negli ultimi due anni sono stati ispezionati solamente 150 container tra i milioni di essi transitati nel porto di Lagos.

Se la situazione è drammatica all’arrivo della merce, possiamo quasi tirare un sospiro di sollievo per quanto riguarda la partenza: dall’inizio dell’anno i Carabinieri del Noe e l’Agenzia delle Dogane hanno messo a segno importanti sequestri nei porti italiani, principalmente nello scalo di Genova. A maggio oltre mille pannelli provenienti da un’azienda del padovano sono stati bloccati allo scalo prima che fossero spediti in Burkina Faso. A fine settembre nel corso di un’ispezione i carabinieri hanno nuovamente scovato un container con circa 2.500 pannelli solari, tutti provenienti da grossi impianti presenti lungo la Penisola e diretti verso l’Africa Occidentale.

Dietro questi traffici non ci sarebbe un grande organizzazione, ma cellule distinte unite da un comune modus operandi: ritirano stock di pannelli dismessi offrendo un’alternativa economica ai canali leciti e dopo averli raccolti in capannoni del Nord Italia, tentano di esportarli, dichiarandoli come usati invece che come rifiuti. Un semplice trucco che nel flusso ininterrotto di container che transitano dai porti italiani può bastare per eludere i controlli doganale.

Risulta evidente che la grave difficoltà alla quale stiamo assistendo in questo settore non derivi da una mancata normativa o regolamentazione statale, ma dalla fase successiva, nonché più complicata, nella gestione di un problema: il controllo e l’applicazione delle leggi. Qui la politica deve inserirsi e farsi garante dell’efficacia. Ma viviamo nel Paese in cui fa più comodo far risaltare i problemi, piuttosto che risolverli. D’altronde la nostra classe dirigente da una parte è tutta occupata dalle lotte di gattini contro sardine sui social network (o tempora, o mores!), dall’altra, dopo decenni di malfunzionamento, non comprende che un elevato numero di leggi non significa per forza qualità pubblica, ma anzi, molte volte, incomprensione e volontà di affidarsi a sistemi più comodi, economici e risolutivi, ma tuttavia illegali.

Se affidarsi alla politica può ancora avere un riscontro pratico, allora chiediamo efficacia, non continua propaganda. Forse qualcuno ci ascolterà.