Arte della mistificazione e un pizzico di ipocrisia sono due ingredienti fondamentali della politica. Non esiste alcun partito – e non ci riferiamo solo all’attualità – che non abbia fatto ricorso a dosi abbondanti di solenni castronerie per fronteggiare una campagna elettorale, un dibattito, una convention.

Certo, probabilmente ancora esiste qualche “anima bella” – ed incredibilmente ingenua – che si culla nella convinzione che i propri avversari politici si riempiono la bocca di formule insulse, volgari, false ed incoerenti pur di raccattare qualche voto, e che, al contrario, “la sua parte politica” non si permetterebbe mai di scendere mai così in basso. Orbene, noi siamo adulti e vaccinati, profondamente convinti che, se si vuole capire il gioco della politica, ad applicare unicamente criteri morali non si va da nessuna parte. La politica non è “un pranzo di gala”, una tavola rotonda a cui accedono, per invito naturalmente, integri individui mossi esclusivamente dal desiderio di confrontarsi, migliorarsi, essere oggettivi, imparziali; chi rappresenta la politica in questa cornice, finge. E verrebbe da aggiungere: per fortuna, dato che se così fosse non varrebbe la pena di definirla politica, ma piuttosto comitato scientifico. La ragione? Obiettivo primario di qualsiasi partito che si rispetti è, giustamente, quello di ottenere voti. A una tale constatazione si potrebbe obiettare che no, non può essere così, diamine, se la vediamo in questo modo riduciamo la sacralità della politica a un ignobile e spicciolo calcolo elettorale. A ben guardare, tuttavia, la verità è che, almeno nell’universo del reale, così stanno le cose. D’altronde, quale partito potrebbe esimersi dal raccattare voti? Di sicuro, finché si è in democrazia, nessuno. E allora i commenti come “la dichiarazione del partito X non è altro che un’arma di distrazione di massa per ingannare gli elettori e moltiplicare i propri voti”, lasciamoli a quei politici che, a loro volta, se ne servono nella speranza di racimolare così qualche consenso in più. Lo stesso si può dire nei confronti degli statisti 2.0 che si spacciano per l’incarnazione dell’Acqua Santa, pronti a purificare il sistema dai partiti che “se ne sbattono del Paese e pensano solo alle poltrone” – non come loro, ovviamente. Eccolo, il classico epilogo della captatio benevolentiae in salsa elettorale. Anche questa è una delle numerose, collaudate, e a nostro avviso accettabilissime, strategie di “velleitarismo politico”. Per farla breve:it’s politics, stupid”, non facciamo le verginelle.

Esiste, però, un mistero che sfugge ai più. Quale sarebbe l’arcano? Semplice, o forse non troppo: l’incredibile talento della sinistra contemporanea nell’usare l’arte mistificatoria – o per usare un’espressione figurativa, “la faccia di bronzo” – per perseguire un fine il cui senso pratico sembra averlo compreso esclusivamente la sinistra stessa. Il paradosso tocca qui punte estreme di retorica. Che la sinistra nostrana sia maestra nell’arte di snobbare, con una certa altezzosità, i propri avversari politici è fatto assodato; se vi sia un ragionamento prima che ciò avvenga è, appunto, una domanda retorica. Nel caso specifico, il processo di etichettatura a cui si fa riferimento consiste nel collocare l’avversario, o addirittura chi lo vota (peggio ci sentiamo), nella categoria di “ignorante” o, quando si vuole usare l’artiglieria pesante (sic!), di “fascista” pronto a scardinare lo stato di diritto. Ogni volta che un elettore assiste alla parabola accusatoria messa in scena da un tale empireo di geni, ha una precisa reazione. Delle due l’una: si eccita, si sente particolarmente galvanizzato nello spirito e sperimenta la rinvigorente sensazione di “stare dalla parte giusta”; o, in alternativa, si chiede per quale ragione il partito in questione abbia deciso di ricorrere al suicidio assistito. Spesso, la prima categoria è composta da quei pochi elettori particolarmente fedeli, la seconda invece è piuttosto variegata e può includere anche ex simpatizzanti/sostenitori irrimediabilmente stanchi di erigere colonne infami di fronte all’uscio dei propri avversari, senza peraltro ricavarne alcunché. In breve, il fatto incomprensibile è proprio il seguente: va bene l’uso della “calunnia politica”, nei limiti di un certo fair play e di una naturale reciprocità, finalizzata al sommo scopo di raccattare qualche voto, ma a che serve sfoderare tale arma per il solo fine di fomentare gli habitué del proprio circoletto? Qual è la logica alla base di una retorica trita e ritrita, ostentante superiorità ma incapace di procurare alcun vantaggio in termini elettorali, anzi semmai l’opposto? Abbiamo in mente un pittoresco ventaglio di risposte, tra le quali non rientra l’ingenuità, ma piuttosto: i mai banali giochi di potere, l’autolesionismo. D’altronde come resistere alla tentazione di screditare il pensiero altrui senza sforzarsi di argomentare una virgola? E’ a questo che, dopotutto, servono le etichette. Insomma, il materiale è copioso, se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia. Intanto, per dirla con Nanni,continuiamo così, facciamoci del male.