Se ci siamo abituati alle cose turche della politica nazionale è solo perché siamo distratti e non attenti a quello che accade in provincia. Ha dell’inverosimile la storia che ci giunge da Agira, ombelico della Sicilia, archetipo dei mali che strozzano l’isola. Venticinque milioni di euro di investimento buttati ai cardi, vista la zona. Dopo quattro anni di tira e molla, la ditta trevigiana Fassa-Bortolo si è vista negare definitivamente le autorizzazioni per la riapertura di una vecchia cava di calcare che avrebbe portato un centinaio di posti di lavoro in un’area dove la disoccupazione raggiunge quote da terzo mondo. A pronunciare il fatidico no è stata, in questo caso, la sovraintendenza ai beni culturali che ha propeso per il diniego poiché una parte dell’area in questione“è di interesse archeologico”, nonostante il progetto del privato intendesse valorizzare gli eventuali reperti storici.

Un no pesantissimo, un no incomprensibile data la situazione economica dell’ennese e l’eguale condizione del patrimonio culturale che questo no vorrebbe difendere. Un no che sa di ipocrisia, di mancanza d’amore per la propria terra ma anche di vicinanze intelligibili. Un no che sa di farsa e tragedia data la semplicità con cui, invece, è stata autorizzata nella stessa zona l’apertura di una discarica di rifiuti speciali. Senza pace e senza futuro questa splendida terra di Sicilia, costretta a soccombere sotto i colpi della sua stessa natura contraddittoria.

L’assurdità di tutta questa vicenda ha veramente dell’irreale, del resto solo chi conosce a fondo quel territorio può comprenderne l’improvvido impatto sul tessuto socio-economico della zona.

Con l’amarezza nell’anima, non possono non risuonare nella testa i versi del maestro:

.’U tempu sta finennu na ‘n ci pinzari
macari aceddi sunu stanchi di cantari
su tempu
mi l’aia passatu tra peni e turmenti
li peni di lu ‘nfernu nan su nenti….