Come è noto uno dei grandi problemi della politica in generale, ma accentuato nel mondo dei social, riguarda il parlare per slogan. Frecciate e titoloni che non lasciano spazio al ragionamento, tantomeno alla possibilità di un contraddittorio intellettualmente onesto e socialmente utile. Ci sono poi quei personaggi che quotidianamente invadono l’immaginario pubblico. Volenti o nolenti, anche quando non sbattono sulle loro bacheche o sotto i riflettori i loro pensieri, qualsiasi cosa dicano viene riportata come fosse una notizia imprescindibile. Matteo Salvini è uno (ma non il solo, ci mancherebbe) dei massimi esponenti di questa tendenza. Lo era prima di diventare Ministro, figuriamoci dopo. Così anche le sue affermazioni durante le giornate di formazione politica della Lega diventano motivo di scazzottate nazionali. Il tema è quello dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, un noto cavallo di battaglia della Lega Nord, sul cui sito viene chiaramente spiegato il senso della proposta. In sintesi, i leghisti sanno bene che oggi gli studenti che conseguono la laurea in determinate università (principalmente del nord) sono penalizzati, in quanto i loro titoli sono equivalenti a quelli dei colleghi che si sono laureati in atenei (soprattutto del sud) nettamente inferiori. Ovviamente, dicono, qualora questa discrepanza (perlopiù geografica) venisse confermata, la soluzione non consisterebbe nel livellare le differenze, ma nel suddividere le tipologie di titoli in base agli istituti, così da poter distinguere una laurea di serie A da una di serie B. Il pezzo di carta, quello sudato dallo studente nel corso degli anni, non significherebbe nulla perché nel disegno leghista, a quel punto e solamente a quel punto, a contare sarebbero le effettive competenze dei candidati.

Ai più ottimisti una proposta del genere può sembrare un’utopia, per molti altri è semplicemente una grande fregatura e gli animi in questi giorni si sono inevitabilmente scaldati. Tuttavia, le dichiarazioni del ministro degli Interni che, ripetiamo, da un lato non aggiungono nulla di nuovo ad una posizione ben nota, dall’altro erano destinate ad un corso di formazione interno al partito e per questo si sarebbero potute ignorare, sono state accompagnate da un deciso distacco del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, che ha tranquillizzato temporaneamente tutti, dicendo che il tema non è in discussione al momento. Dannarsi l’anima adesso per una questione del genere sarebbe del tutto inutile, se non sciocco, viste anche le grandi sfide che l’università e la scuola dovranno affrontare nel prossimo futuro. Tra i tanti temi, è notizia di ieri la promessa del ministro Bussetti relativa al cancellamento del divieto di iscrizione contemporanea a due atenei italiani per il conseguimento di una doppia laurea. Ad oggi, paradossalmente, in un’università italiana si può conseguire un doppio titolo solamente attraverso la collaborazione con istituti stranieri. Evidentemente, questa norma (risalente al 1933) limita l’inserimento in un mondo del lavoro sempre più specialistico e interdisciplinare.

Le parole del ministro dell’Istruzione, riguardo una pratica di prossima attuazione, sono state appena riportate, mentre le solite vecchie sparate interne ad un partito sono divenute di dominio pubblico. Così come passano in sordina le problematiche delle migliaia di docenti non abilitati e di studenti neolaureati, i quali sono ancora in attesa di capire quando e come dovranno affrontare il concorsone che dovrebbe definire le loro vite. E, nel mentre, devono pure ascoltare le prediche sulla meritocrazia da parte di chi sta ancora aspettando di prendersi una laurea.