Non è tutto oro quello che luccica. Mai vecchio adagio fu più calzante se cucito addosso alla vigilanza non armata che solerte e graziata accoglie coloro che varcano la soglia delle boutique di alta moda. Sei euro e quaranta lordi per ogni ora trascorsa in piedi a sorridere a chi sta per strisciare carte di credito dagli smisurati plafond, abiti di lavoro, barbiere e cura della muscolatura completamente a carico del lavoratore, il quale nelle 12 ore consumate in piedi a produrre nulla di concretamente utile – soprattutto nei giorni festivi – deve piuttosto preoccuparsi di ritagliare il tempo necessario per il mantenimento degli elevati standard di apparenza necessari al padrone. Dell’essenza del lavoratore, del tempo libero da dedicare ai suoi familiari, alle amicizie, agli hobbies, all’impegno nel sociale o al semplice e sacrosanto riposo, chi se ne frega. Il tempo è denaro in fondo.

Lo sanno bene le associazioni datoriali e i sindacati concertativi che hanno siglato l’osceno contratto collettivo nazionale della vigilanza privata e servizi fiduciari, con minimi retributivi da fare poca invidia al reddito di cittadinanza o alla proposta di salario minimo, ed un’indennità di mensa da tre euro e cinquanta – sempre lordi e nei migliori dei casi tramutabili in un buono pasto da 5 euro – che nelle città turistiche dove sono presenti le boutique dei grandi marchi equivalgono all’acquisto di un litro d’acqua. Non a caso, riuniti dal sindacato di base SI Cobas, una moltitudine di vigilantes, molti dei quali provenienti da paesi dell’Africa subsahariana, si sono esposti per protestare contro i loro datori di lavoro, agenzie di sicurezza ed investigazione privata che prendono golosi appalti presso i più celebri brand di lusso e moda internazionale. Il notevole impatto fisico di questi uomini, l’accattivante eleganza con la quale si presentano unita al loro sorriso che agli occhi di clienti e passanti potrebbe persino essere spacciato per sincero e spontaneo, nascondono in realtà la piaga più sanguinosa delle condizioni del lavoro odierno, specialmente di quello non specializzato.

Una piaga quella della vigilanza privata che, osservando anche le nazionalità dei lavoratori coinvolti, nasconde anche un cinico marketing colonialista. D’altronde è più facile spogliare un lavoratore – allogeno o autoctono che sia – della propria dignità vestendolo a festa, invece che esporlo trasandato in croce. Tanto più se la riverenza è funzionale alla clientela del lusso e al plusvalore che esso crea nella incontrollata e franosa divisione del mondo in classi sociali. Il disegno di chi dispone dei mezzi di produzione, ed oggi anche di quelli pubblicitari, è proprio quello di continuare – attraverso nuove forme di servilismo sciocco – a tratteggiare una piramide in cui la distribuzione dei frutti del lavoro è concentrata solo sulla punta e non sul basamento. In cui padroni e dirigenti cumulano sempre più denaro a detrimento delle classi subalterne, costrette a sorridere per vivere, a recitare dunque la parte dei buoni Joker.

Un barlume di luce sul crepuscolo resiste, se è vero che nonostante la prevedibile azione schermante della Triplice sindacale qualche agitazione e sensibilizzazione all’interno della categoria della vigilanza privata è stata fatta. Il danno psicologico quotidiano di persone che hanno sovente attraversato vite da incubo e ora si ritrovano riflesse in vetrine dorate, circondate da avventori spensierati pronti a spendere in un minuto l’importo di una loro mensilità non può lasciare indifferenti, così come la loro condizione di soprammobili esotici per mancanza di una qualifica o di formazione specifica, la quale dovrebbe essere un diritto universale in uno Stato che si fregia di essere costituzionalmente una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Possiamo ancora permetterci il lusso di pochi sulla pelle di tutti? Finché il compratore di lavoro agirà da battitore libero e non avrà interlocutori sufficientemente incazzati ed interessati a contenere lo sfruttamento di chi il lavoro poi lo esegue, la risposta è destinata a restare nella boutique della retorica.