Se un mercante di inizio V secolo a.C. fosse giunto sulla costa sud-occidentale della Sicilia alla ricerca di un valido centro fiorente in cui poter vendere e scambiare le proprie merci, avrebbe certamente fatto tappa a Selinunte. E di sicuro si sarebbe meravigliato nel prendere in mano le prime monete: su di esse vi avrebbe visto inciso il sedano, simbolo della città, e pianta che tutt’oggi cresce selvatica nei dintorni. Lo stesso mercante, vedendo quanto ricca e popolosa fosse quella polis, mai avrebbe pensato che nel giro di due secoli quella medesima zona sarebbe rimasta completamente disabitata, resa malsana da fiumi intasati, terremoti e spoliazioni.

Eppure è stata proprio questa apparente e repentina discesa negli inferi della storia ad aver permesso a Selinunte di resistere alle fisiologiche evoluzioni urbanistiche e architettoniche conservando pienamente la sua originaria forma di polis greca e affermandosi, con le grandi riscoperte archeologiche dell’Ottocento, come patrimonio culturale di inestimabile valore. Ciò che oggi resta dell’antica Selinunte è parte integrante di un vastissimo parco archeologico, il più grande d’Europa, che comprende i resti dell’acropoli tre colline sormontate da templi, antichi abitati e un santuario – e di una necropoli, che la Regione ha ben saputo conservare interpretando ottimamente il terzo caposaldo dell’Art. 1 del Codice dei beni culturali e del paesaggio: “Lo Stato, le regioni, le città metropolitane, le province e i comuni assicurano e sostengono la conservazione del patrimonio culturale e ne favoriscono la pubblica fruizione e la valorizzazione”.

Ma arriviamo ora al nocciolo della questione.

Il 12 Settembre a Palazzolo Acreide (Siracusa) è stata messa in scena una drammaturgia ispirata agli atti della commissione antimafia nell’inchiesta Sistema Montante. Essendo il testo basato sula relazione finale approvata dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta e Vigilanza sul Fenomeno della Mafia e della Corruzione in Sicilia, nessuno ha avuto nulla da ridire riguardo la collocazione dell’evento, che si è svolto nel teatro di Akrai: un’ottima iniziativa in un meraviglioso contesto culturale. Se questa, tuttavia, è la lodevole direzione verso cui si tende per la valorizzazione del nostro patrimonio artistico, non si comprendono davvero molte delle scelte precedenti, e probabilmente future, che l’amministrazione locale in sinergia con quella statale (Mibact) hanno attuato negli ultimi anni. Volendo infatti limitarsi a considerare gli eventi tenutisi nel parco archeologico di Selinunte per il solo 2019, ci si imbatterà in due concessioni relative all’acropoli piuttosto stridenti.

Partiamo dal concerto del dj Carl Cox. Proposto alla cittadinanza a tema “legalità”, ha visto arrivare tra le antiche rovine circa 10.000 ragazzi che hanno ballato per ore su musica ad altissimo volume, con il tempio di Hera come sfondo, a mo’ di cartolina. A parte l’opinabile valore educativo dell’evento, quello che ci si chiede è che tipo di dialogo si possa instaurare tra un concerto di un dj di fama mondiale e l’antica città di Selinunte; tanto più che le elevate emissioni acustiche potrebbero aver persino danneggiato colonne e rocchi.

Veniamo ora al secondo caso. La casa d’alta moda Gucci ha deciso di effettuare la sua campagna pubblicitaria in occasione dell’apertura della stagione primaverile con uno shooting proprio nel sito di Selinunte. Il tema degli scatti è una sorta di simposio punk, in cui dei modelli interpretano un “un gruppo di eclettici bohémien” che s’intrattengono tra loro, dialogano e si baciano. In tal caso la concessione del sito a Gucci sottende un fatto ancor più grave: l’ennesima riduzione della cultura classica a un mondo fermo a portata di flash, mercificato dal privato che proporne l’offerta più alta.

Attenzione, non ci si vuole qui arenare in una smielata difesa della sacralità di un estatico mondo classico: l’irriverenza come forma d’arte ha trovato apici fondamentali anche nella nostra cultura contemporanea, basti pensare alle passionali ricerche che un gigante indefinibile come Carmelo Bene effettuava sulla figura controversa di Lorenzino de’ Medici – il “Lorenzaccio” in De Musset, e poi in Bene -, nobile violento, passato alla storia per decapitazioni di statue – e assassinii. Ma è evidente l’abissale differenza tra le due indagini artistiche: mentre in una è la ricerca di un dialogo in continuità con ciò che è stato a muovere la creatività dell’uomo teatrale, nell’altra si asseconda la volontà di un brand d’alta moda di inserire il gusto estetico contemporaneo in un contesto iconicamente classico, al solo fine di stridere nella forma, esaltando così il gusto “bohemien” che la firma ha goffamente fatto proprio.

Inoltre, riprendendo l’Art. 1 del Codice sopra citato, si afferma che, oltre alla loro valorizzazione, lo Stato deve impegnarsi a promuovere una fruizione dei beni culturali che sia pubblica: affittare a ore un tempio o una agorà per degli scatti pubblicitari a una grande marca privata è un oltraggio non solo al luogo stesso, ma alla cittadinanza tutta. Forse il mondo culturale se è costretto a ripiegare su eventi così de-generativi sta denunciando significative carenze non solo a livello economico, ma soprattutto di competenze.

Risulterà un po’ catastrofico, ma nell’interrogarsi su quali potessero essere le cause della fine della nostra civiltà, ironizzando sul sentimento comune dell’arrivo imminenti di barbari, Giorgio Gaber cantava: “Sì ma chi sono i barbari? Adesso ve lo dico, i barbari, i barbari… eccoci qua, eccoci qua!”