«Quella di Nicola Zingaretti è una vittoria bella e netta. Adesso basta col fuoco amico», ha cinguettato su Twitter ieri sera Matteo Renzi, quello dell’«Enrico stai sereno». Perché se la percentuale bulgara delle primarie del Partito Democratico ha consegnato al presidente della Regione Lazio la segreteria, ad oggi di certo non gli consegna il partito. Tantomeno i gruppi parlamentari. I deputati e i senatori dem, va ricordato, sono quelli inseriti nelle liste dalla segreteria di Renzi alle elezioni del 2018.

Superando di molto il 50% ai gazebo, ed evitando così l’insidia del ballottaggio in assemblea nazionale, il neo segretario ha aggirato un primo ostacolo ma dovrà essere capace di fronteggiare le barricate per non condannarsi all’inconsistenza e all’oblio politico. Il Partito Democratico, una litigiosa compagine nata dal peccato originale di voler mettere insieme democristiani e vecchi compagni, correnti e potentati che difficilmente hanno accettato di sorreggere una leadership, per paura che l’orticello del vicino potesse diventare più grande del proprio, ha fagocitato in dodici anni sette segretari. Ma pur ammettendo che, sul fronte interno, per un certo periodo il nuovo segretario riesca dove gli altri hanno fallito, è su quello esterno che si addensano le nubi più nere. Dove (e con chi) vuole andare Zingaretti? E soprattutto, per chi, sullo scenario politico odierno, sarebbe conveniente affiancarsi al partito più malmesso d’Italia?
Usati come spauracchio dai 5Stelle (che avranno il loro bel da fare per ricrearsi una verginità politica dopo gli ultimi fatti noti), troppo deboli persino per Forza Italia, nonostante i toni forzatamente entusiastici che la stampa di riferimento ha utilizzato per descrivere il “successo” delle primarie, i dem appaiono destinati ancora a lungo alla marginalità politica. Zingaretti, per rassicurare certe anime del partito, si è affrettato a escludere alleanze con i 5Stelle, ma siamo sicuri che i grillini sarebbero stati interessati all’acquisto? Se c’è un messaggio che la base ha lanciato alla dirigenza, attraverso il risultato delle primarie, è quello della necessità di mettere da parte l’ennesima pagina fallimentare del centrosinistra. Quella rappresentata da un segretario, Matteo Renzi, troppo arrogante per comprendere, da uomo di partito, di aver deluso gli elettori, e di non aver capito, da presidente del Consiglio, la profonda sofferenza che affligge larga parte del popolo italiano.

Nicola Zingaretti è stato chiamato dal disorientato popolo della sinistra italiana a ricostruire dalle macerie una proposta politica convincente. Dovrà farlo al timone di un partito che porta con sé la zavorra di tutte le proprie contraddizioni, storiche e contemporanee. Oppure sarà l’ennesima sconfitta, ma non certo la fine del sistema: dall’Unità a “Democratica”, e così, morto un segretario, se ne fa un altro.