Siamo tutti d’accordo nell’asserire che sotto il cielo della politica italiana si conosca esclusivamente l’«uso fonetico» della parola unità? Intendiamoci: non ci riferiamo certo alla consueta dialettica maggioranza-opposizione, che è sacrosanta e alimenta il motore della democrazia – anche se in Italia troppo spesso assume contorni da circo mediatico o da marachelle stile asilo nido, ma tant’è. Tuttavia, esistono questioni e vicende, nella vita di una nazione, in relazione alle quali sarebbe altrettanto sacrosanto apprendere l’antica arte del «marciare divisi, colpire uniti».

Un esempio illuminante a questo proposito è il caso della Capitana che sfida il Capitano. Non vogliamo soffermarci sulla squallida passerella a bordo della SeaWatch, la quale più che un caso di ignobile divisione nazionale all’italiana, ci sembra una strategia (a quanto pare ben congegnata) della sinistra italiana per calare nei sondaggi e svilire il senso di quel Parlamento che santificano solo a parole – ma i post con foto di tramonti, si sa, prendono più likes di battaglie in aula contro leggi ritenute ingiuste. Detto ciò la posizione – e magari ce ne fosse una soltanto – del Partito Democratico sulla questione migranti, come quella di qualunque altro partito, ci sembra legittima, nel senso che hanno tutto il diritto di rappresentare lo “zero virgola” del paese, i modi un po’ meno, ma non è questo il punto. Se la vicenda si fosse conclusa con qualche selfie, corredato dai versetti poetici del prode Faraone, la questione sarebbe passata in cavalleria, un paio di editoriali su “restiamo umani”, un altro paio sulla “fiera delle vanità” versione Pd e via, caso chiuso.

Il risvolto un po’ meno esilarante, purtroppo, viene dopo, a sbarco effettuato e Capitana arrestata. Difatti, i nostri partner europei, che sono soliti intavolare trattative del genere “io ne prendo 3 e tu 2”, “no io ne prendo 2 e in cambio te ne do 7”, non hanno perso occasione per sfoderare quella consueta doppia morale di cui si parla tanto. Emmanuel Macron, “cugino” francese, ha definito quella italiana una «strategia dell’isteria». A dargli manforte anche la Germania, terra natia della Rackete: «Coloro che salvano vite umane non possono essere criminali», ha tuonato il Presidente della Repubblica tedesco Frank-Walter Steinmeier. Mentre il ministro degli Esteri Heiko Maas ci rimproverava che il salvare vite in mare «non deve essere criminalizzato».

Un quesito sorge spontaneo: a chiederci di restare umani è lo stesso Heiko Maas membro di un governo che, poco più di un mese addietro, faceva approvare dal Bundestag il cosiddetto “Migration-paket”, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Horst Seehofer? È il magico universo europeo, dove è normale che uno Stato approvi misure che, per citarne alcune, prevedano l’immediata espulsione dei profughi irregolari o il taglio del Welfare agli stranieri, e il mese successivo ci tiri le orecchie per aver miseramente fallito nel tentativo di far rispettare le leggi italiane. È altrettanto nella norma, a quanto pare, che Parigi sigilli ermeticamente i propri confini per poi omaggiare la Capitana Carola con una bella medaglia al valore. In poche parole, per i nostri amici in Europa, se violi i confini dello stato italiano, che tra l’altro coincidono con i confini esterni della stessa Unione Europea, sei un eroe in odore di Nobel per la pace. Ovviamente, alla base di tali dichiarazioni vi sono moventi puramente politici, e in quanto tali, vanno giudicate. Tradotto: potete bypassare gli editoriali che ci spiegano quanto sia solida la xenofilia tedesca o perché sia sbagliatissimo paragonare i casi di Bardonecchia a quello della SeaWatch.

Di certo, però, francesi e tedeschi meritano di essere elogiati anche da noi. Sì, elogiati. Perché se l’Italia è il solo bersaglio della doppia morale alla europea, ciò avviene in quanto siamo gli unici in grado di dividerci anche dinanzi a questioni che meriterebbero reazioni da “larga coalizione”, al contrario dei nostri partner.  E invece, puntualmente, c’è chi è pronto a sfoderare giganteschi complessi d’inferiorità annuendo anche dinanzi a chi, oltre a insultarci, ci prende per i fondelli. Se solo smettessimo di considerare l’amor di patria una virtù totalitaria forse riusciremmo a interiorizzare l’idea secondo cui «chi fomenta discordie nel giorno della battaglia è un traditore».