Ha ormai qualche giorno una sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria che sta suscitando sdegno tra i cittadini onesti del Bel Paese e ilarità nel mai-come-oggi tutelato mondo della criminalità da parte della magistratura italiana.

Un richiedente asilo gambiano, del quale non sono state rese le generalità, è stato arrestato da una pattuglia di carabinieri, in flagranza di reato, per spaccio di sostanze stupefacenti, nel centro di Genova. Dopo una segnalazione alla prefettura, all’uomo erano state revocate le misure d’accoglienza internazionale in attesa dell’espulsione, poiché ospite di una struttura per rifugiati, giudicando il reato incompatibile con la condotta richiesta ad una persona facente richiesta di protezione umanitaria.

L’uomo però non si è dato per vinto e si è rivolto allo stesso Tar che in una sentenza di alcuni mesi fa’ aveva reputato lo spaccio di sostanze stupefacenti valevole l’immediata perdita dello status di rifugiato e di tutti i benefici annessi. Il Tar ha dato ragione all’uomo, ribaltando le decisioni della prefettura e condannando il ministero dell’interno al pagamento delle spese di giudizio. Il Tar, pur constatando la pericolosità sociale del reato contestato al gambiano, oltretutto un richiedente asilo, ritenuto le sue condizioni di vulnerabilità legate ad una cataratta bilaterale più importanti della sicurezza e dell’ordine pubblico, ripristinando le misure di protezione internazionale revocategli.

La prefettura avrebbe dovuto valutare attentamente le condizioni di salute dell’uomo prima di revocargli i benefici derivanti dal suo status, perché una cataratta, in un sistema di giustizia improntato sul fondamentalismo buonista e sull’indulgenza senza limiti, può impedire un provvedimento di espulsione e garantire una seconda possibilità di inclusione sociale.

L’Italia è il paese dei processi-spettacolo pubblicizzati nei salotti pomeridiani Mediaset e Rai, delle sentenze paternalistiche di Forum, e dei tentativi istituzionali di redimere rei confessi e non per mezzo di lavori socialmente utili, permessi premio ed inconcepibili sconti di pena legati alla buona condotta in detenzione ed alla presunta espiazione interiore della pena. Un sistema sempre più vicino a quello scandinavo, fatto di indulti, depenalizzazioni e servizi offerti ai detenuti, nella (vana) aspettativa che concessioni da parte dell’autorità possano spingere assassini, stupratori, truffatori e spacciatori a cambiare atteggiamento nei confronti della società.

Nel 2006, le pressioni provenienti dal centrosinistra, dai radicali e da diversi ambienti cattolico-progressisti, spinsero l’allora governo Prodi a concedere un grande indulto che portò alla scarcerazione di 16568 detenuti, nella (vana) aspettativa di dare fiato alle strutture penitenziarie nazionali e di abbassare il tasso di recidiva, ma a due anni di distanza gli abitanti delle carceri italiane tornarono ai livelli pre-indulto. In Italia, il problema del sovraffollamento carcerario e dell’attitudine alla delinquenza viene risolto depotenziando le forze dell’ordine, concedendo condoni di pena, promulgando depenalizzazioni, anziché costruendo nuove carceri, aumentando la qualità e la quantità dei servizi offerti dai tutori della legge e, soprattutto, cercando nuovi metodi anti-recidiva.

L’ultima depenalizzazione avvenuta sotto il governo Renzi ha portato alla trasformazione di 41 fattispecie di reati penali in illeciti civili e amministrativi punibili con sanzioni pecuniarie, tra questi diverse fattispecie legate al contrabbando. Inoltre sono state introdotte nuove misure indulgenti nei confronti degli spacciatori di sostanze stupefacenti complicando ulteriormente il lavoro delle forze dell’ordine nel contrasto al degrado e alla criminalità. Sono ormai quotidianità le notizie di spacciatori tornati al posto di lavoro a distanza di qualche ora dall’ultimo arresto – in realtà semplici denunce a piede libero, o di molestatori compulsivi denunciati decine di volte da parte di donne esasperate per la cui incarcerazione bisogna aspettare il periodico servizio scandalistico targato Le Iene.

Non dovrebbe quindi stupire l’opinione pubblica che il Tar abbia sovrapposto la salute di un criminale alla sicurezza dei cittadini. È proprio questo sistema di giustizia basato sull’incertezza della pena e sulla tutela del criminale ad aver galvanizzato la trasmigrazione in Italia di migliaia di criminali provenienti da ogni parte del mondo. In un sistema basato sull’ingiustizia, inoltre, le contraddizioni sono all’ordine del giorno. Mentre pericolosi criminali vengono tutelati da coloro che dovrebbero punirli, cittadini onesti e piccoli criminali allo sbaraglio vengono perseguiti in maniera estremamente feroce e sproporzionata.

Lo scorso novembre a Forlì un ventenne marocchino fu fermato dagli agenti della sezione commercio della polizia municipale e multato di 5mila euro per la vendita abusiva di rose. Una sanzione esageratamente elevata, giustificata come “deterrente alla vendita abusiva di fiori”. Il deterrente alla pedofilia, alle violenze sessuali, alla delinquenza giovanile, alle rapine, invece, sarebbero permessi premio, lavori socialmente utili ed indulti.

Si dice spesso che in Italia manchi la certezza della pena, ma la verità è che a essere assente è proprio la pena.