Lo scorso 26 agosto il Viminale ha lanciato Scuole Sicure, un piano straordinario volto a prevenire e combattere lo spaccio di sostanze stupefacenti nei pressi delle scuole. Sarà avviato nelle città di Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania, Venezia, Verona, Messina, Padova e Trieste. Il fondo stanziato è di 2,5 milioni di euro, che saranno ripartiti fra i Comuni in base al numero degli abitanti. Tali fondi potranno essere destinati, ad esempio, per la realizzazione di sistemi di videosorveglianza, per l’assunzione a tempo determinato o per il pagamento di prestazioni di lavoro straordinario di agenti di Polizia locale e, in misura minore, per finanziare campagne educative. Ed ecco che immediatamente si scalda il dibattito mediatico: da una parte i sostenitori, dall’altra i detrattori che urlano, allarmati, allo Stato di Polizia e all’inutilità del progetto, riducendolo ad una spicciola propaganda creata ad arte da Salvini per acquisire ancora consenso. Tanto rumore per nulla.

Per evitare di cadere in facili entusiasmi o deliranti allarmismi, Scuole Sicure va analizzata per quello che è: una goccia in mezzo al mare, un metodo di prevenzione limitato ad aree specifiche che va inserito in un piano politico e strategico molto più articolato di contrasto alle droghe. È fuorviante giudicarla semplicisticamente come soluzione di un problema complesso come quello dell’uso e dello spaccio di droga tra i giovani: Scuole Sicure, da sola, non può esserne la chiave risolutiva. Lo spaccio e il consumo di droghe infatti non sono limitati alla scuola o alle zone limitrofe, ma Scuole Sicure ha l’obiettivo di andarli a colpire in quel determinato contesto: altro non è che un piccolo tassello da inserire in una battaglia molto più grande, quella del contrasto alle droghe, in particolare tra i giovani. E per vincere questa guerra c’è bisogno di un’azione congiunta di controllo, prevenzione, repressione – senza che si urli allo stato di Polizia, si vuole solo il rispetto delle leggi – e, soprattutto educazione.

Solo con l’educazione, sia a scuola che in famiglia, si può infliggere un duro colpo al consumo di droga. Educazione, non solo informazione: non basta far conoscere i vari tipi di droga e i loro effetti ai giovani. Non bisogna presentarle loro solo come qualcosa di proibito, andando così a incrementare la loro voglia di – apparente – ribellione. Bisogna contrastare e rovesciare il discorso progressista secondo cui poter far uso di droghe è indice di libertà. Bisogna trasmettere e far capire loro che la droga rende schiavi, non solo gli individui, perché crea dipendenza e può anche compromettere la vita a sé stessi e a chi sta attorno; ma, storicamente, anche interi popoli. Per dirla come Paolo Borsellino, bisogna far capire ai ragazzi che “La lotta alla droga è storicamente lotta per la libertà: dal bisogno, dall’oppressione e dal crimine”. Solo trasmettendo un simile messaggio si può efficacemente contrastare il consumo di droga. Ben venga Scuole Sicure, i controlli diffusi, indispensabili per combattere il crimine, l’offerta. Ma per combattere la domanda c’è bisogno dell’educazione ad essere uomini liberi.