Che la scuola italiana sia gravemente malata non è una novità. La demolizione della sua anima ha preso avvio dagli ideali anti-meritocratici sessantottini che hanno prodotto seri danni: l’utopistica concezione di una scuola che, senza più selezioni, porti tutti ai più elevati traguardi intellettuali, ha portato ad un progressivo adeguamento delle conoscenze a livelli sempre più bassi. Il trionfo della «democrazia senza selezione» è andato a demolire del tutto il sistema meritocratico e, di conseguenza, a privare gli studenti più meritevoli – e in particolare quelli appartenenti alle classi meno agiate – della possibilità di servirsi di un importante strumento di mobilità sociale. A peggiorare la situazione sono arrivate poi le bizzarre metodologie didattiche di stampo statunitense e nordeuropeo, che sono andate irrimediabilmente ad impoverire i contenuti dei programmi scolastici, ed infine quell’abominevole idea di scuola che, per essere buona, deve farsi azienda.

Se l’anima della Scuola è stata progressivamente smantellata con riforme scellerate, lo Stato italiano ha lasciato che essa decadesse anche nel corpo, disinteressandosi completamente alla manutenzione degli edifici scolastici: quasi due plessi su tre sono stati realizzati prima del 1976 ed hanno più di quarant’anni; di essi il 40% è privo del certificato di collaudo statico e il 50% di quello di agibilità e abitabilità e di prevenzione incendi. In Italia resta chiuso un istituto su cinque, in attesa di essere messo a norma; il 23% dei plessi ha una manutenzione inadeguata e solo il 3% degli istituti gode di un ottimo grado di manutenzione, secondo i dati dell’Associazione Nazionale Presidi. Inoltre, il 41% dei plessi si trova in aree sismiche e, di essi, solo il 12,3% è progettato nel rispetto della normativa tecnica di costruzione antisismica. Tutti questi dati sono stati pubblicati lo scorso agosto sulle colonne del quotidiano romano Il Tempo, che aveva denunciato la drammatica situazione in cui versa attualmente la nostra edilizia scolastica: dei 6 miliardi di euro stanziati dal 2015 al 2018 per la manutenzione degli edifici scolastici, al 2017 la spesa sostenuta in quel campo era stata solo di 604 milioni – meno di un decimo!

Drammatici sono poi i dati riportati recentemente dal Il Sole 24 Ore riguardanti il rapporto tra spesa in istruzione rispetto al Pil: se già prima della crisi l’Italia si trovava nella seconda metà della classifica europea, dal 2011 si colloca stabilmente agli ultimi posti. Nel 2016 – con i 67,4 miliardi di euro spesi nel settore, pari al 4,1% del Pil e all’8,1% della spesa pubblica – risultava quintultima tra i paesi dell’Unione Europea, prima solo rispetto alla Grecia ed alcuni paesi dell’est. Inoltre, la spesa per l’istruzione in Italia è fortemente calata tra il 2005 e il 2015, in controtendenza rispetto alla media Ocse. Chi più si è trovato coinvolto nei progressivi tagli sono stati senza dubbio i lavoratori, gli insegnanti – calati dell’11% circa – e con gli stipendi bloccati. Purtroppo, neanche il governo giallo-verde sembra deciso ad affrontare concretamente la questione e a cambiare finalmente rotta. Nel Def recentemente approvato sono infatti previsti ulteriori cali della spesa nell’istruzione rispetto al Pil: nel 2020 si scende al 3,5%, nel 2025 al 3,3 %. Riduzione che viene timidamente giustificata con il calo degli studenti, indotto dalle dinamiche demografiche.

La scuola crolla e la si lascia crollare, in tutti i suoi aspetti. Ciò che ci vuole è uno Stato pronto ad investire e a tutelarla concretamente; che non si limiti a nominarla in campagna elettorale per un pugno di voti; che la rimetta al centro dei suoi interessi e non ne consenta una lenta eutanasia.