L’agricoltura e l’allevamento sono nel Dna del nostro popolo, da sempre punta di diamante dell’economia ed enciclopedia del sapere popolare. Il grido di protesta, che si alza forte e chiaro dalla Sardegna, è solo la punta dell’iceberg di ciò che affligge il primo settore italiano ma, allo stesso tempo, è sintomatico dei malesseri di tutto il comparto.

Se è vero che l’industria è stata abbandonata al suo destino, cannibalizzata da capitali esteri e vessata da una pressione fiscale esorbitante, il comparto agro-alimentare ha dovuto subire ben più gravi vessazioni, tanto da rendere, in molti casi, antieconomico lo stesso lavoro. Il problema di base sta nella grande distribuzione che ha completamente stravolto i rapporti economici tra produttore e consumatore. Quando si parla di grande distribuzione non si deve immaginare il supermercato con le sue corsie, gli scaffali stipati di merce ecc. ma l’insieme dei passaggi che i prodotti devono fare prima di arrivare a contatto con il consumatore. Dal campo alla tavola il viaggio è lungo e si snoda attraverso i magazzini di molti grossisti: quest’ultimi acquistano la materia prima da singoli produttori diretti che, estromessi dal diretto contatto con il cliente finale, non possono far altro che vendere la propria merce al prezzo imposto dal grossista. Anche l’appiattimento delle associazioni di categoria su questioni di lana caprina o, ancor peggio, l’asservimento di quest’ultime a logiche politiche, hanno contribuito negli anni a demolire il potere contrattuale dei produttori diretti, che vivono oramai in perenne sofferenza e al limite della sostenibilità economica e psicologica.

Vedere il proprio lavoro sfruttato e mal pagato non è solo profondamente ingiusto ma soprattutto inaccettabile da un punto di vista macroeconomico: che nazione è quella che permette a poche grandi aziende di ingrassare a scapito di molte altre, solo più piccole e scollegate tra di loro? Solo l’incompetenza o la mala fede possono portare la politica a sacrificare una filiera agroalimentare come quella italiana sull’altare della grande distribuzione. Ogni anno sono centinaia le aziende del settore che chiudono per l’anti-economicità di questo sistema e, insieme a loro, si perde gettito fiscale e ricchezza del territorio. Non si può pagare al pastore il latte 60 centesimi al litro e poi rivenderlo a più di 2 euro, non si può pagare un chilo di arance 30-40 centesimi e rivenderlo a 2,50 euro. La sproporzione è enorme e non sostenibile economicamente, senza parlare del fattore morale che, va da sé, è già stato accantonato da tempo.

Questo – in soldoni – è il sistema malato che sta distruggendo il nostro primo settore, ma cosa succede quando, come in questo caso, i produttori si ribellano? Semplice: si acquistano merci estere, di qualità e proprietà molto inferiori alle nostre, e le si spacciano per nostrane. L’impossibilità di praticare tassazioni più incisive sulle merci, (i nostri prodotti, in un’ipotetica guerra dei dazi, saranno comunque più ricercati di quelli cinesi o dell’est Europa) imbrigliati come siamo nella babele fiscale europea, rende purtroppo inutili le proteste del settore. La politica deve prendere di petto il problema e dare finalmente delle risposte certe, chiare e favorevoli ai produttori diretti, abbandonando la visione economica e sociale dell’agricoltura e dell’allevamento come dei settori economici sacrificabili, economicamente non rilevanti e quasi disprezzabili da un punto di vista umano. Le dichiarazioni del ministro Centinaio, riguardo la protesta dei pastori sardi, “Hanno ragione, ci parlerò” lasciano ben sperare in una soluzione positiva della situazione in questione, ma questo governo ha la forza e la voglia di rivoluzionare dal profondo un settore che attende risposte da troppo tempo? Solo il futuro potrà risponderci.