De Gasperi diceva, un politico non deve parlare, deve fare”. Siamo in piazza Duomo a Milano, 18 maggio, l’occasione per lo sproloquio è quella del comizio per le europee e quello che sembra un elogio alla buona prassi del fare in politica, sorretto dalle riflessioni di Alcide De Gasperi, degenera presto in una rozza pacchianata del vicepremier, stavolta a tema religioso. Dal riferimento ad uno dei capostipiti della Democrazia Cristiana, passa infatti poi a declinare i nomi di vari santi “patroni di questa Europa”, da San Benedetto da Norcia a Cirillo e Metodio, fino a giungere al parossismo estatico dove affida, pastore magnanimo, la sua vita e quella di tutti gli italiani al Cuore Immacolato di Maria, che ovviamente porterà alla vittoria politica lui e il suo entourage. Chiude ringraziando amici e fratelli.

Bene, l’apertura e la chiusura sono politici, ma come giustifichiamo l’omelia che è nel mezzo? Perché Salvini tiene messa? Le fauci spalancate, il rosario alla mano e gli occhi allucinati paiono i tratti di un seminarista psicotico, o allucinato quantomeno. Il fatto è che dietro questa arringa imbellettata, c’è un antagonista che si contrappone pesantemente alla sua ars oratoria, con una folla ben più ampia radunata ad ascoltare, in una piazza vergognosamente più grande e che, cosa fondamentale, non recita. Si tratta evidentemente dell’attuale Papa argentino.

L’obiettivo del vicepremier è quello di dividere in primo luogo i cristiani cattolici creando una classe di cattolici più cattolici degli altri, quelli che sostengono le sue scelte politiche in tema di immigrazione e sicurezza ma anche in genere, ed una degli altri cattolici, il manipolo di paracredenti adoratori di Bergoglio che sembrerebbero aver insanguinato di brutto le acque del Mediterraneo sostenendo politiche di contraltare. Alla base di tutta l’operazione, il messaggio che le idee di Bergoglio non siano affatto condivisibili.

Ma, di grazia, la disputa sui domini di potere temporale e spirituale non risaliva ai tempi di Pio IX? Perché Salvini si sente autorizzato a mettere a tacere Bergoglio in tema di politica nazionale, mentre strumentalizza tematiche religiose per la sua propaganda, decidendo persino quale modalità di credo sia la più autentica per un “vero” cristiano? Il ricorso a liturgie politiche per aizzare folle contro il rappresentante di Dio in terra e assicurarsi i voti di una certa fetta d’Italia, è espressione di un potere politico che riconosce come propria la sola natura demagogica. Perché se l’integrazione democratica si afferma riconoscendo diverse identità di pensiero, qui pare che per mantenere e conquistare il potere politico si oltrepassi il limite della decenza, montando propagande che giudicano culto e valori in stretta corrispondenza ai colori politici.

Le conclusioni amare a cui potremmo sentirci legittimamente autorizzati a saltare sono che il vicepremier senta il proprio ego così minacciato dall’influenza del potere di Bergoglio sulle masse, da ambire ad un potere assoluto, e quindi a tutto il potere, anche quello che non gli spetta, il tutto confermato dai contenuti di un programma politico che annovera tacitamente fra i suoi punti la clausola secondo cui per essere uomini di buona volontà sia necessario credere in un Dio, quello che dà la grazia a chi chiude i porti e vota Lega.