La Flat Tax di Orban sta attirando un’azienda italiana al giorno. Questi sono i numeri riportati da il Sole 24 ore. Il calcolo è stato fatto dal gruppo ITL che assiste le imprese italiane che entrano nel mercato ungherese. Nel 2017 le casse ungheresi hanno incamerato 14.400 miliardi di fiorini, pari a circa 45 miliardi in crescita rispetto al 2016, le tasse hanno fruttato oltre 711 miliardi di fiorini (2 miliardi di euro), in calo rispetto al 2016. Questo dimostra che maggiori investimenti non per forza gonfiano le casse dello stato.

Sembrerebbe infatti inizialmente una formula vincente, davvero intuitiva e che sicuramente porta a fatti concreti, numeri da capogiro che nell’immediato producono grossi consensi. Come quelli dell’Irlanda che, trascorsi 10 anni dalla crisi, si avvicina a numeri da piena occupazione. Eppure non è tutto oro quel che luccica.

Il 7 marzo scorso infatti, esattamente un anno fa, Ungheria e altri paesi come Lussemburgo, Olanda, Belgio, Malta, Cipro e Irlanda sono stati messi sotto giudizio della Commissione Europea con l’accusa di aggressività fiscale a danno degli altri paesi UE e concorrenza sleale. L’Ungheria si difende dichiarando che molte aziende, tra cui Tecnica e Orange, sono arrivate ben prima della riforma fiscale del 1997 (tassazione sulle società al 18%). La verità è che già allora il paese governato oggi da Viktor Orban vantava un costo bassissimo della forza lavoro. I lavoratori ungheresi sono fra i meno pagati d’Europa e addirittura hanno gli stipendi più bassi anche all’interno del Gruppo di Visegrád, quindi tra Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. L’anno scorso inoltre è stata varata una riforma del lavoro che permette agli imprenditori di obbligare i lavoratori a fare 400 ore di straordinario che equivalgono a 50 sabati su 52, con un pagamento differito fino a tre anni.

La corsa alla riduzione delle aliquote per le società non è certo stata iniziata dall’Ungheria, come dicevamo. Tra i Paesi che sembrerebbero aver tratto maggior beneficio da politiche di vero e proprio dumping fiscale c’è anche l’Irlanda. A trascinare il Pil sono le multinazionali, i giganti del web e di Big Pharma, l’industria farmaceutica, che hanno fatto di Dublino il proprio quartier generale europeo attirate da stabilità, lingua inglese e le imposte più basse del continente. Risultato: i conti pubblici sono tornati in ordine, l’economia ha messo le ali, ma la maggioranza della popolazione non ne trae giovamento. Le esportazioni volano, ma la classe media continua a stringere la cinghia, riassume l’Irish Examiner. Tanto che ha cominciato di nuovo a crescere l’emigrazione, come nell’Irlanda della fame e della miseria fra le due guerre mondiali.

Oxfam ha pubblicato uno studio in cui dimostra che che la corsa al ribasso delle aliquote fiscali ha provocato una riduzione di 12 punti delle aliquote fiscali nei Paesi del G20. Il problema è che queste agevolazioni hanno favorito solo ed esclusivamente le grosse multinazionali.

Oggi si vive il mito della crescita, si guarda ai numeri agli investimenti, al Pil, ma si è dimostrato che non corrisponde ad un aumento dei salari anche in piena occupazione. Soprattutto questa defiscalizzazione aggressiva, porta a delle vere e proprie distorsioni come sostiene Mika nella puntata di Presa Diretta del 23 febbraio.

In questo sistema ci guadagnano sicuramente le multinazionali che hanno visto schizzare i loro introiti. Il prezzo lo paghiamo noi i termini di risorse sottratte al welfare, quindi investimenti nell’istruzione pubblica, sanità, politiche attive del lavoro e misure di sostegno ai giovani. Anche le piccole e medie imprese ne pagano il prezzo dal momento che si trovano in una condizione di grosso svantaggio economico rispetto alle grandi multinazionali.

Oltre alla Flat tax in questa guerra al ribasso esistono una serie di altri strumenti creati ad hoc per favorire i grossi investitori. Tramite degli strumenti finanziari denominati tax ruling, apa e patent box, sostanzialmente gli stati e le società decidono preventivamente la base imponibile su cui pagare le tasse. Ovviamente questi accordi non si fanno alla luce del sole, si tratta di accordi segreti.

Il pericolo è che il contagio della guerra al ribasso potrebbe portarci ad annullare completamente l’aliquota fiscale delle imprese, arrivando alla fine ad azzerare completamente lo stato sociale. A quel punto i governi, gli apparati statali non servirebbero più. Si raggiungerebbe il completo passaggio dall’ordine politico a quello economico. E questi sono i frutti del neoliberismo.

Anche se si raggiunge il mito della piena occupazione come sta avvenendo in Irlanda, non è detto che questo significhi arrivare ad uno stato di benessere. Ad arricchirsi sono i più ricchi, il Pil cresce, i conti tornano in ordine ma la classe media e lavoratrice continua e continuerà a perderci.