Ha del paradossale quanto emerso nelle ultime ore sulla partita in corso per il salvataggio di Alitalia, la decotta ex compagnia di bandiera per cui, dopo il recente ritiro di easyJet dalla trattativa, l’esecutivo italiano è alla disperata ricerca di capitali da inserire nella cordata.

Stando a quanto riporta il quotidiano La Stampa, “il governo preme su Atlantia”. Si tratta della holding il cui nome è rimbalzato innumerevoli volte agli occhi e alle orecchie degli italiani, tra post, interviste e annunci a favor di telecamera, a partire da una tragica data: quella del 14 agosto 2018, quando a Genova è venuto giù il ponte Morandi. Atlantia significa infatti Autostrade per l’Italia – da lei detenuta al 100% – e significa anche Benetton, che di Atlantia è la principale azionista. Alla facoltosa famiglia italiana, quindi, il governo giallo-verde, tramite Ferrovie dello Stato – altro attore della cordata salva-Alitalia –, starebbe facendo pressioni per l’acquisizione di una cospicua quota della compagnia aerea.

Fin qui nulla di inconsueto – secondo alcuni analisti, l’affare Alitalia potrebbe essere appetibile per Atlantia che, tra l’altro, possiede il 99,38% di Aeroporti di Roma, la società che gestisce gli scali di Fiumicino e Ciampino – se non fosse che, da quel drammatico 14 agosto, proprio i Benetton sono divenuti il bersaglio prediletto degli strali del vicepremier Luigi Di Maio. “È dalla caduta del Ponte Morandi che come Governo stiamo lavorando per togliere le concessioni ad Autostrade” – assicurava Di Maio in un post dell’11 gennaio scorso. “Più ci leggiamo le carte, più capiamo che ai Benetton era stata garantita impunità e profitti sicuri come a nessuno mai nella storia di questo Paese. Ma ce la faremo a spuntarla. Non so quanto tempo ci vorrà, ma le autostrade ce le riprendiamo”. E ancora, il 22 febbraio a Cagliari: “Presto arriverà qualche sorpresa su Autostrade, che toglieremo a Benetton”.

Se da una parte il Movimento 5 Stelle toglie ad Atlantia – vedremo poi se e quando potrà “togliere” davvero –, dall’altra le offre società strategiche su un piatto d’argento: in questo caso un bel pezzo di Alitalia. Gli stessi ministri che, dopo la tragedia di Genova, gridavano alla nazionalizzazione delle autostrade – “La nazionalizzazione è un indirizzo di questo governo”, ha ribadito il Ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli poco più di due mesi fa  – oggi sarebbero pronti a mettere buona parte della nuova compagnia aerea nelle mani di Atlantia.

L’amara realtà è che, quando la luce dei riflettori si spegne, quando dei proclami rimane solo l’eco, sulla scrivania di chi governa restano le carte. Secondo quanto emerso in questi mesi, l’estromissione dei Benetton dalla gestione delle autostrade italiane non sarà una faccenda semplice, né veloce; probabilmente non ci riuscirà questo governo. Il contratto che lo Stato italiano ha firmato, ormai diversi anni fa, prevede infatti che la rescissione anticipata sia possibile solo a fronte del pagamento del suo valore residuo, ad oggi circa 15 miliardi di euro, secondo le stime del New York Times. Un dettaglio che un Ministro della Repubblica non può di certo non conoscere. La nazionalizzazione è una cosa seria, serissima. Certi politici, invece, non sembrano rendersene conto.