Rimettere il lavoratore al centro del villaggio globale è in tutta evidenza uno dei mantra del Movimento Cinque Stelle e del Ministro del Lavoro in pectore Luigi Di Maio, tanto che dopo il decreto Dignità ed il Reddito di Cittadinanza la “trinità” dei provvedimenti a tutela di precari e disoccupati sembrerebbe completarsi con il disegno di legge del salario minimo, sul quale hanno preso il via le audizioni in Commissione Lavoro al Senato. La sfida del governo, che trova nel Partito Democratico un’interessata sponda – visto che balla sul tavolo di Palazzo Madama un duetto di proposte sulla legge – potrebbe tuttavia sortire il suo effetto contrario: rimettere ancor di più il villaggio globale al centro della vita del lavoratore. Fenomeno i cui effetti occupazionali e contrattuali sono stati fino ad oggi più nefasti di una peste.

Intervenire solo sui minimi retributivi, già legislativamente regolamentati in quasi tutti i paesi membri dell’Unione Europea, non è mera questione reddituale, bensì occupazionale. Si applica un bypass ai contratti collettivi per sdoganare il sogno progressista delle parti datoriali, ossia quello di basare la concorrenza e creare profitto sul costo del lavoro. Così mentre da un lato viene introdotto il salario minimo, dall’altro si anestetizzano eventuali politiche espansive e di stabilità del lavoro, fino ad una compressione dei diritti e delle condizioni dei pochi lavoratori non intercambiabili, per anzianità o competenze specifiche, rimasti nella filiera produttiva dell’impresa. A suffragio di questa ipotesi concorrono le audizioni di Inps e Istat al Senato, le cui statistiche confermano il tendenziale aumento del numero di occupati, che rasenta i livelli del 2008, titolari però di un contratto a termine. Il contratto a tempo indeterminato è in crisi, nonostante gli sgravi fiscali di cui ha beneficiato negli anni e malgrado il decreto Dignità miri alla naturale mutazione della precarietà in stabilizzazione: fidelizzare il lavoratore all’azienda e l’azienda al lavoratore è un azzardo troppo rischioso per il capitale, quando è possibile spacchettare il lavoro e somministrarlo temporaneamente ad una platea sempre più vasta di lavoratori senza esperienza, più ricattabili per soddisfare i capricci dell’impresa e facilmente acquistabili per qualche euro in più.

L’individuazione di un tetto di salario minimo viaggia d’altronde nella stessa direzione. L’insicurezza circa la continuità del lavoro e l’assenza di percorsi strutturati di carriera produce in vitro una nuova classe di lavoratori coscienti solo della paga e del raggiungimento nevrotico degli obiettivi ad essa correlati, trascurando la centralità dell’istituto contrattuale quale asse, attorno al quale far ruotare il costante innalzamento delle proprie condizioni lavorative, salario incluso.

Se si volesse bonariamente vedere il salario minimo come extrema ratiper tutelare le categorie di lavoratori non coperte dai contratti collettivi nazionali e quel 21% degli occupati che, pur all’interno del perimetro di un contratto collettivo, percepisce paghe inferiori ai 9 euro l’ora, d’altra parte non si può non fiutare il rischio di un ridimensionamento del ruolo delle organizzazioni sindacali e della funzione garantista del CCNL. Sebbene si faccia, a ragione, gran baccano sull’art.36 della Costituzione – concernente la retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa – poco si parla dell’art.39 della stessa carta che, sancendo il diritto alla libertà sindacale, consente ad un datore di lavoro non iscritto ad un sindacato imprenditoriale di non applicare il CCNL di riferimento per la categoria in cui opera. Questo precetto, unito al vortice liberista in atto da decenni nel territorio nazionale, ha permesso il proliferare di contratti di secondo livello, forme di dumping salariale e drastica riduzione delle qualifiche ai lavoratori di imprese che operano nel medesimo settore. In talune realtà, al limite del distopico, si è arrivati persino a costituire piccole organizzazioni sindacali filopadronali per arginare l’ingresso delle sigle confederali più rappresentative, da sempre considerate guastafeste dai grandi imprenditori. Ebbene sì, un pugno di dollari in più, politicamente garantito, può essere per il capitalismo asociale un perfetto orpello per continuare indisturbato a perseguire i propri obiettivi. Tutto ciò sulla pelle di coloro che sono esclusi non solo dalla ricchezza, ma anche dalla gestione delle aziende, ignorando quella parte di dettato costituzionale che rappresenterebbe un antibiotico naturale per curare un lavoro sempre più malato di utili, ma disgiunto dall’utile.