La consultazione interna al Movimento 5 Stelle sul caso Diciotti, tenutasi sulla piattaforma online Rousseau, ha fornito un esito chiarissimo: su di un totale di 52.417 votanti il 59.05% (30.948 voti) ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno, di contro al 40.95% (21.469 voti) che si era espresso favorevolmente. Alle 13.30 di oggi (martedì) si è invece aperta la seduta della giunta per le immunità del Senato che ha infine confermato il “No” (16 voti contro 6) al processo a Matteo Salvini.

Per condurre un’analisi oggettiva del voto occorre una duplice premessa. In primo luogo, si devono evitare logiche di polarizzazione tanto estreme quanto superficiali: non si tratta di stabilire un presunto ‘vincitore’ (tipico della tifoseria da stadio), bensì di comprendere il significato politico della consultazione e la conseguente ricaduta sugli equilibri interni alla compagine di governo. La seconda premessa è di ordine metodologico. Se da un lato bisogna rispettare in ogni caso l’esito della consultazione, dall’altro vanno soppesate le consistenti limitazioni del caso: l’esiguo numero di votanti in proporzione alla base elettorale totale, le difficoltà tecniche legate alla natura virtuale del medium (i server di Rousseau hanno più volte subito rallentamenti durante la consultazione), la ‘relativa’ trasparenza dei risultati, la tendenziosità del quesito. Dovremmo perciò considerare invalidato il referendum? Assolutamente no. In certi casi è necessario applicare una sorta di rielaborazione in chiave politica del principio di carità di Davidson: bisogna sempre concedere un valore minimo di legittimità e razionalità alla consultazione, pena l’impossibilità di formulare qualsivoglia interpretazione.

Ciò detto, la consultazione interna ai 5 Stelle la si può leggere, in prima istanza, come una riconferma della fiducia riposta nell’alleato leghista a quasi un anno dalle elezioni; una lettura non sorprendente, visto il consenso di cui gode il governo a circa 9 mesi dalla sua formazione. Ma nemmeno scontata, e ciò per due motivi: anzitutto perché all’interno del 5 Stelle persiste uno zoccolo duro, uno scaglione che si mostra insofferente agli inevitabili compromessi fra la Lega e il suo partito. In secondo luogo, perché le elezioni europee si affacciano minacciose all’orizzonte e rimane poco tempo per gli ultimi travasi di voti. Se non leggiamo gli attuali episodi politici italiani alla luce del “destino manifesto” di Bruxelles rischiamo di peccare di miopia.

Altra possibile chiave di lettura su cui riflettere attiene proprio al primo punto. Quasi 31mila votanti hanno optato per una scelta di Realpolitik, consci che questo avrebbe scatenato le accuse di incoerenza verso la propria classe dirigente. L’elettore 5 Stelle ha cioè preferito esporsi alle invettive facili dell’opposizione piuttosto che dare adito a possibili crisi di governo; uno scenario, quest’ultimo, abbastanza verosimile se si considera il peso politico (e numerico) della compagine leghista. D’altronde, il Movimento 5 Stelle si trovava tra due fuochi egualmente pericolosi: piantare in asso Salvini, rischiando la crisi, oppure salvarlo, rischiando la perdita dell’aureola. Evidentemente gli elettori hanno ritenuto che il secondo fuoco non fosse mortale. Nonostante tutto, i 5 Stelle escono da questa vicenda profondamente scossi poiché, pagando lo scotto dell’immaturità politica e dell’inesperienza: pagano cioè la scelta di aver fondato la propria identità su degli slogan a doppio taglio (la coerenza, l’onestà, etc.). Certi valori sono sicuramente encomiabili ma sono difficili da declinare volta per volta senza scendere a patti con l’agone politico. Questa volta è stata la stessa base a chiedere di mettere da parte la retorica delle buone intenzioni e di abbracciare un sano realismo.

Lo ribadiamo: dato il numero dei votanti non si può parlare di “base” o di “scelta dell’elettorato” senza compiere una fortissima approssimazione, ma dobbiamo attenerci ai fatti e commentarli. Tuttavia, rimane ancora un nodo da sciogliere: la procura di Catania – a seguito dell’autodenuncia del governo gialloverde – ha iscritto Conte, Di Maio e Toninelli nel registro degli indagati. La vicenda della nave Diciotti è tutt’altro che conclusa.