L’Italia è il paese dello strabilio in ogni senso, pertanto ci mostra spesso il suo lato più osceno e tenebroso. Molte, infatti, sono le zone d’ombra che si gettano sul paese delle mezze verità. Neanche fossero schiavi di una cava, i tirocinanti degli atenei nazionali sono asserviti, in un turbinio di disordine e cupe prospettive. La figura dell’archeologo, diviene vittima del sistema che lo vuole pronto a spezzarsi la schiena in cambio dell’oblio. Gli araldi della viscerale cultura nazionale sono ridotti a bassa manovalanza, utili sgobboni di una storia dimenticata. Molti però, sono i docenti e i responsabili consapevoli e rammaricati, che poco però possono fare nei confronti di una cancrena profonda quanto i nefasti segreti del nostro sottosuolo.

C’è volontà nell’aria, ma questa è soppiantata dalla tragica fattualità. Foro Romano, cuore della prisca civiltà di noi tutti: fra il Tempio dei Divi Antonino Pio e Faustina e il Tempio del Divo Romolo, v’è l’arcaico sepolcreto, già scavo del visionario Boni. Fra gli anni venti e gli ottanta del novecento, numerosi riempimenti hanno stratificato l’area, rendendola testimonianza graduale dell’inettitudine della società italiana contemporanea. Dalle monete tardoantiche, passando per reperti protostorici e maioliche moderne, tutto procede nella norma. Poi però, spuntano dal ributtato lattine di bibite gassate, di una certa marchetta d’oltreoceano, assieme ad oggetti di plastica d’ogni sorta, oramai sfranti dal tempo. Il ritrovamento di bossoli e di una bottiglia d’urina stantia, ci conducono al nemico d’ogni ignaro operaio: l’eternit. Qui, i responsabili mai si mostrarono allarmati – la resa era evidente, tutti sapevano della malaparata – ancor meno si sentì toccata la Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, nota ai più come SSBAR: “Stamo Sempre ar BAR” il megagalattico carrozzone delle inefficienze.

Era già stato confermato: l’interro di plastiche, immondizie e amianto, fu ricondotto all’amministrazione che avrebbe dovuto preservare le aree di scavo. SSBAR è il pappone della meretrice Roma, trombata e affamata per lucro e incuria. Portus, gioiello del Tirreno, fratello della fluviale Ostia. Da Claudio e Nerone, passando per Traiano e Settimio Severo, questo luogo è stato uno snodo vitale per la raccolta del grano. Da tutto il mondo mediterraneo, ma soprattutto dall’Egitto, navi giungevano per rifornire di grano i sofisticati magazzini dell’impianto che, seppur deteriorato dal tempo, oggi rappresenta l’alta efficienza tecnologica e organizzativa romana. Avremmo visto i saccarii, gli scaricatori di porto dell’epoca, ordinatamente susseguirsi uno ad uno per riempire i vani, mentre le onerarie, sfacchinate le merci, avrebbero attraccato nel porto esagonale. Oggi, l’oasi boschiva di settanta ettari è meta di scavi, nonché di visite didattiche. Detenuta prima dai Torlonia e poi dagli Sforza-Cesarini, gran parte dell’area è stata strappata alla casata – ancora detentrice del porto esagonale e di alcuni ettari di terreno – per finire poi sotto la soprintendenza locale.

In questi giorni, una equipe di archeologi scava nell’area, con l’intento di riportare alla luce il ricco molo porticato di Claudio, di monumentale eleganza. Nell’impresa di ritrovarlo per l’Italia, il Mediterraneo e l’Europa, si è giunti ai soliti, tragici ritrovamenti. Fra le bitte del molo e i suoi frangiflutti, riaffiorano prepotenti i tragici segni del turbocapitalismo e dell’incuria: sacchi e taniche di plastica, filo spinato, cartacce, cannucce, vetri rotti, ma soprattutto, l’immancabile eternit. Nel 1992 rendemmo illegale l’utilizzo e la vendita dell’amianto, quando in tutta Europa, da decenni, se ne conoscevano i mortiferi effetti. Pubblico e privato, pur di non avviare le annose bonifiche, hanno affossato, anziché denunciare. Ancora, la disonestà ha vinto sulla cura per le generazioni del domani. Ecco il mondo Italia, ove i giovani che concretizzano le speranze di un paese, nei contesti più affascinanti e suggestivi d’ogni dove, si mettono in giuoco e rischiano la salute, in nome di uno stato che plausibilmente, mai vorrà riconoscere lo storico sforzo.