Se questo è un incubo, per favore svegliatemi”. Potesse parlare la lupa del Campidoglio, sussurrerebbe questo a chiunque le si avvicini, perché la situazione in cui versa Roma ormai somiglia sempre più ad un incubo incardinato sull’immobilismo e l’incapacità di amministrare la città. La capitale d’Italia attualmente si ritrova sospesa in un limbo di incertezza perenne, perché chi avrebbe dovuto amministrare ha passato gran parte del suo tempo a rinominare assessori, trattare con la Procura e fare gaffe di ogni tipo (i frigoriferi abbandonati per strada si chiedono ancora chi li debba smaltire e raccogliere, fra le altre cose). Per non parlare di alcune figuracce mitologiche come i rimbrotti dei ciclisti del Giro d’Italia che si rifiutarono di correre per via delle buche su via dei Fori imperiali che ne mettevano a rischio l’incolumità. E così, fra un autobus in fiamme e delle periferie che se fossero semplicemente abbandonate starebbero forse anche meglio, la città è letteralmente in preda ad una decomposizione lenta ma inesorabile che l’amministrazione in carica non riesce in alcun modo ad arginare.

Ciò si percepisce non solo leggendo i giornali, ma passeggiando per le vie di una capitale che ormai non ricorda più nemmeno quale sia il suo status, tanto è ricoperta da immondizia con gabbiani annessi e buche spacca-pneumatici. E, soprattutto, dagli sguardi di molti romani che, abituati a vivere in una città sempre piena di problemi ma pur sempre superba nella sua bellezza e nella sua forza economica, oggi si ritrovano una carcassa marcescente, non più in grado di autogestirsi come per tanti anni ha fatto sotto amministrazioni assenti o peggio conniventi, non più in grado nemmeno di mascherare con la sua bellezza i tanti problemi che la avvolgono. Oggi, infatti, i turisti sentono tanto quanto i romani i problemi eterni di Roma, e finiscono per darne un’immagine desolante (il New York Times ha rappresentato Roma con la nuova specie di animali più diffusa e invadente della città: i gabbiani).

Tutta questa devastazione emerge non solo dai sondaggi o dalle chiacchiere da bar, ma anche dai pareri delle associazioni che rappresentano il tessuto civico ed economico della città. Legambiente, Confesercenti e Ance (Associazione nazionale costruttori edili) hanno appena scritto delle vere e proprie letterine di Natale anticipate all’amministrazione capitolina con una richiesta di regalo specifica: svegliarsi o andarsene. Tutti e tre, seppur andando a porre in risalto le criticità a loro più affini, concordano su un fatto: la città non è governata e, soprattutto, non ha una visione per il futuro.

Il senso di navigazione a vista è forte e le cause di ciò sono principalmente due: l’inadeguatezza di chi, sospinto da sacri furori ingiustificati, riteneva che in poco tempo avrebbe risolto i problemi pluridecennali di una città elefantiaca e la paura che ormai attanaglia in maniera costante i membri di un’amministrazione che ha ormai ricevuto più avvisi di garanzia che atti di giunta utili alla città, portando così il giocattolo al collasso. Ciò che però oggi mette seriamente i brividi è lo stallo inspiegabile in cui la città sta annegando, smettendo così di rappresentare un motore economico e culturale per il Paese. Milano (la sua acerrima nemica nonché aspirante capitale sotto i capitani leghisti precedenti) ha surclassato Roma in tutto: mentalità, efficienza, organizzazione e qualità della vita, partendo da una situazione forse anche peggiore di quella attuale romana. Il tutto in pochi anni con la sola pretesa di rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco. Tutte capacità che una città che si ritenga grande non può mai permettersi di accantonare ma che a Roma, troppo impegnati a vivacchiare, sono state dimenticate da tempo. Ad un prezzo salatissimo. Che dura, ormai, da troppi anni.