Ci è voluta una pandemia perché l’Italia si accorgesse delle numerose problematiche che da anni stringono la gola alla Nazione, adesso in grave crisi respiratoria per le emergenze che, nelle ultime settimane, stanno venendo a galla, come conseguenza dei continui tagli pubblici e del disinteresse al sovraffollamento negli istituti penitenziari. Si sa, la sanità pubblica ha continuamente arrancato a causa del sempre più basso numero di personale infermieristico e medico, e l’argomento del sovraffollamento delle carceri appare tanto vecchio che, spesso, sembra essere dimenticato. Eppure, negli ultimi giorni stiamo assistendo a vividi e sentiti appelli ai giovani laureati, che saranno reclutati negli ospedali per combattere l’emergenza Covid-19, e a nuovi decreti che prevedono, invece, la scarcerazione di migliaia di detenuti per affrontare non solo il virus, ma, sorpresa, il sovraffollamento delle carceri!

È stato da poco approvato in via definitiva dalla Camera il nuovo ddl che consentirà appunto la scarcerazione a tutti i detenuti con una pena inferiore ai 18 mesi. Questo, secondo il Ministro Bonafede, dovrebbe risolvere il problema di contagi all’interno delle carceri. Il Decreto è stato istituito subito dopo le numerose rivolte accadute nei penitenziari di tutta Italia, dettate dalle limitazioni sui colloqui con i famigliari e dalla paura di contagio al loro interno, dove sarebbe difficilmente contenibile. Secondo la nuova legge, precisamente in base all’art. 123 del “Cura Italia”, potranno lasciare la cella per terminare la pena agli arresti domiciliari i condannati per furto, i truffatori, i piccoli spacciatori e i condannati per omicidio stradale o colposo. Insomma, fuori tutti coloro che devono scontare un “reato minore”, ma con obbligo di indossare il braccialetto elettronico. A detta però dell’Unione delle Camere Penali queste disposizioni “non sono sufficienti ad alleggerire la situazione esplosiva”, soprattutto perché di braccialetti elettronici non ce ne stanno o almeno non possono bastare per tutti i detenuti. E così c’è chi implora l’indulto e chi invece grida di una “resa dello Stato ai violenti”. Tuttavia, senza entrare nel merito, ciò che preme chiedersi è se il provvedimento può essere davvero efficace ai fini di contenere la nuova pandemia. Nel frattempo, nel mondo esterno, il servizio sanitario italiano si ritrova in ginocchio a combattere una guerra senza armature. Si, perché ciò che la sanità sta vivendo adesso è il frutto di tagli e accessi alle casse per sistemare i conti pubblici. Sin dal 2011 i Governi che si sono succeduti non hanno fatto altro che spezzare le gambe alle aziende ospedaliere, le quali si trovano con posti letto in terapia intensiva insufficienti e carenze di strutture. Medici costretti a lavorare con mascherine per agricoltura e ad indossare, al posto dei camici, i sacchi neri dell’immondizia. Mancano guanti, cuffie e occhiali, manca la formazione, mancano le strutture, specialmente al Sud, dove gran parte degli ospedali non sono minimamente attrezzati neanche per ricoveri giornalieri e, in molti casi, rimangono chiusi a vita. Con la legge di Stabilità 2015 il Governo aveva chiesto alle Regioni 4 miliardi  per contribuire alle casse dello Stato, e queste sono state costrette a rinunciare ad un aumento di 2 miliardi di trasferimenti per le spese sanitarie. Per non parlare dell’integrazione di Quota 100, la quale ha consentito ai medici di andare in pensione troppo presto, mentre i neolaureati rimanevano fuori gli ospedali aspettando il miracolo. Si sono subiti tagli sui dispositivi sanitari di protezione e l’inflazione ha sommerso letteralmente l’economia sanitaria.

Adesso però l’Italia dei tagli e dell’indifferenza mette giù la maschera del falso perbenismo ed è costretta a battersi il petto, pregando di riuscire a vincere con maggiore coscienza la pandemia del XXI secolo ma, soprattutto, a riconoscere che i danni procurati stanno rompendo quel vaso di Pandora rimasto chiuso per troppo tempo.