Bisogna prendere atto di un’assurdità: in Italia c’è ancora chi vota per Berlusconi e per il PD. Un voto – bisogna dirlo senza troppe remore – che rappresenta in maniera plastica la parte malsana e incancrenita del Paese, quella che alimenta la stagnazione, che difende determinate dinamiche dettate da interessi politico-mafiosi (regionali, nazionali, continentali); quella che, pur di difendere il proprio orticello, è pronta a svendersi la patria. Parlano di vittoria, ma sono dei falsari: il PD è passato dal 18,7% del 2018 al 22,7% nel 2019. E qui anche la più ignorante tra le capre capirebbe che si sta parlando di due miseri, insignificanti, punti percentuali: praticamente il nulla. Lo stesso vale, all’inverso, per Berlusconi, che perde, ma resiste, nonostante una campagna elettorale svolta all’insegna di Draghi. Forse – perdonate la battuta – voleva andare a troike. Meglio di no, vista l’età. A preoccupare però, non sono i pochi punti percentuali – persi o guadagnati – ma tutto l’insieme: perché in sostanza il 31,5% degli italiani aventi diritto al voto, si schiera, ancora una volta, con i partiti più corrotti del Paese. Partiti che hanno spolpato l’Italia negli ultimi 20 anni e il cui unico interesse è quello di continuare a farlo indisturbati. Nient’altro.

Per i Cinque Stelle, invece, si tratta di una bastonata pedagogica. Quando non si è né carne né pesce, quando si passa da Che Guevara a Cirino Pomicino, dal “No euro!” al “Sì euro!” e dai Novax a Burioni, succede questo: si perdono voti. Si perde credibilità. È chiaro: la speranza era quella di colonizzare il bacino elettorale di “sinistra”, ma sono finiti, ingenuamente, col perdere la bussola e farla perdere ai loro elettori, che hanno preferito astenersi: la schizofrenia non ripaga, è evidente. Inoltre, la decisione di volersi sbilanciare a sinistra (tendenza che seguiranno ancora per poco), è segno di poca lucidità e di un’errata lettura del presente all’interno del Movimento. Perché il vento, da tempo, vira verso altre direzioni. Ma questo bastonata, assumerà mai una valenza pedagogica? Riusciranno i pentastellati a costruirsi una propria identità (finora assente), diversa da quella attuale, parcellizzata, episodica, bipolare? Perché altrimenti il futuro dei Cinque Stelle è già segnato. Forti fratture e improvvise scissioni, adesso, per loro, sono pericoli concreti, dunque: o identità o morte.

Quanto alla Lega di Salvini, c’è poco da aggiungere. Con questi numeri è fortissima. Ha stravinto. Ma al di là dell’ottimismo, al di là della galvanizzazione di partito, è bene ricordare che le elezioni europee, oltre ad essere una farsa dell’avanspettacolo mondialista, non sono attendibili come le politiche. Ad esempio, i Cinque Stelle non hanno mai portato grandi risultati alle europee, eppure, regolarmente, fanno il pieno di consensi a livello nazionale. E c’è ancora qualcuno che si ricorda di Renzi e del suo 40,81% alle europee del 2014? Che ne fu di lui, poco dopo? E del suo referendum? Del suo partito? E l’Italia, oggi, dopo questa tornata elettorale, ha vinto o ha perso? Perché presto in Europa sostituiranno i proiettili a salve con quelli a piombo fuso e posticipare la legge di Bilancio all’infinito potrà essere letta, dagli elettori, come una fuga all’indietro, un segno di debolezza, piuttosto che una lotta frontale per “cambiare l’Europa”.