Un rapporto sulla distribuzione della ricchezza pubblicato dal professor Gabriel Zucman della University of California/Berkeley rimarca la principale tendenza della crisi economica che imperversa da oltre un decennio. La ristretta cerchia di coloro i quali hanno beneficiato del tripudio speculativo che ha provocato la catastrofe, ha visto incrementare le proprie sostanze ad un ritmo ancor più veloce di prima, mentre il resto della popolazione ha affrontato un preoccupante declino. Secondo l’analisi, l’1% più abbiente negli Stati Uniti detiene ora il 40% della ricchezza nazionale, aumentando la sua quota di almeno dieci punti percentuali dal 1989. L’accelerazione è ancor più evidente nei livelli di reddito più elevati. La porzione di ricchezza posseduta dai 400 americani più ricchi è salita dall’1% all’inizio degli anni ’80 ad oltre il 3% attuale. La ripartizione della ricchezza ha tratteggiato una forma ad “U” durante il secolo scorso: la quota di ricchezza dello 0,1% dei più ricchi raggiunse un picco vicino al 25% nel 1929, precipitò bruscamente con l’inizio della Grande Depressione e continuò a declinare verso la fine degli anni ’40, per poi stabilizzarsi negli anni ’50 e ’60. Infine, raggiunse il suo punto più basso negli anni ’70, prima di risalire a circa il 20% negli ultimi anni.

Uno degli indicatori del ruolo della finanza nell’incrementare la ricchezza sta nel fatto che nel 1980 lo 0,01% della popolazione deteneva il 2,6% di tutti gli interessi attivi tassabili, mentre nel 2012 questo era aumentato di dieci volte al 27,3%. La tendenza si riflette a livello globale. Negli Stati Uniti, in Cina e in Europa, il 10% più ricco possiede oltre il 70% della ricchezza totale. Dal 1987 al 2017, la ricchezza media dell’1% è aumentata del 3,5% l’anno, quella dello 0,1% del 4,4% e quella dello 0,01% del 5,6%. La tendenza risulta ancor più marcata in Russia, a seguito della privatizzazione dei beni statali e della dissoluzione dell’Unione Sovietica; la concentrazione di ricchezza è esplosa con la transizione al capitalismo, il quale ha aumentato vertiginosamente il tasso di diseguaglianza, pari (o addirittura superiore) a quella degli Stati Uniti. Uno sviluppo parallelo può essere rilevato nell’affermazione del capitalismo in Cina.

Il processo di accumulazione di immense fortune in pochissime mani è il risultato di due fattori interconnessi: la finanziarizzazione dell’economia (con i conseguenti cambiamenti nelle modalità di produzione dei redditi) e la soppressione organizzata della lotta di classe, grazie anche al tradimento generalizzato dei partiti socialisti e comunisti. Inoltre, il professor Zucman ha osservato che le indagini sulla distribuzione della ricchezza stanno diventando sempre più complesse e difficoltose a causa dello sviluppo dei servizi di gestione patrimoniale offshore, che rendono più complicato rintracciare alcune forme di ricchezza. Ciò significa che gli studi esistenti, realizzati per lo più attraverso l’effettuazione di sondaggi e la rilevazione di dati estrapolati dalle dichiarazioni dei redditi, risultano inadeguati a cogliere la reale portata delle disuguaglianze, poiché i soggetti più facoltosi hanno accesso a molte opportunità di elusione ed evasione fiscale.

La concentrazione apicale delle risorse economiche è radicata in vasti cambiamenti nella struttura stessa del capitalismo globale e non può essere superata attraverso generici appelli all’oligarchia finanziaria per un cambiamento di rotta, ma soltanto con un attacco frontale – fermo e deciso – contro il suo potere, cioè con lo sviluppo ragionato di una coscienza oppositiva che attecchisca nello spirito degli sfruttati e dei vinti. Di contro, è nondimeno necessario che quella “classe media” borghese, oggi in rovina, che sviluppò una coscienza infelice nei confronti dell’economia capitalista e delle sue ingiustizie, riacquisti la propria missione storica, facendosi carico in egual modo di invertire il senso unico di un destino che appare ineluttabile.