Sono le prime luci dell’alba di lunedì 27 maggio quando Riace, trascorsa una notte di sogni agitati, si sveglia visibilmente cambiata. Il piccolo comune calabrese, sbandierato vessillo delle politiche d’integrazione, si sveglia leghista: nelle elezioni europee il Carroccio primeggia con il 30,75%dei voti, seguito dal Movimento 5 Stelle (27,43%) e dal Partito Democratico (17,39%).

Ma c’è di più. A Riace si sono contestualmente svolte le amministrative e per la sinistra è una seconda Caporetto. I riacesi hanno infatti premiato il candidato sindaco Antonio Trifoli, sostenuto da una lista collegata alla Lega (“Riace rinasce”).

«Sono triste ma bisogna prendere atto che la vita è così», commenta laconico Domenico Lucano. L’ex sindaco, da tempo sotto i riflettori per la gestione delle politiche d’integrazione, ha subìto una dolorosa sconfitta nella sua stessa Riace: la lista in cui era candidato come consigliere comunale (“Il cielo sopra Riace”) arriva solamente terza.

Qualche sostenitore di Mimmo potrebbe archiviare la faccenda parlando di brutto sogno, altri potrebbero paragonare il risveglio di Riace a quello di Gregor Samsa, ma l’insetto immondo di kafkiana memoria è lì, sotto i loro occhi. E qualcuno dovrà farsene una ragione.

Eppure c’è qualcosa di sbagliato nell’immagine della metamorfosi, qualcosa di disonesto e profondamente miope. C’è quel distorto assunto di fondo che interpreta il voto di Riace come un rivolgimento improvviso, come una caduta o un cortocircuito; insomma: come un evento inspiegabile e imprevedibile. Nella sentenza di Mimmo Lucano, è impresso a fuoco il marchio della miopia poc’anzi evocata: «È andata così, non potevamo saperlo», sembra voler dire l’ex sindaco.

Dunque, la domanda che ogni militante della sinistra dovrebbe porsi è la seguente: siamo sicuri che si tratti di una tanto repentina, quanto inaspettata metamorfosi? 

Il sospetto è che la risposta a questa domanda sia sostanzialmente negativa.

Il sospetto è che una grossa fetta dei media italiani abbia fotografato un ‘paesaggio culturale’ che non esiste: l’idillio di una Riace stretta intorno all’ex sindaco, il ritratto di una solidarietà interna mai scalfita, la narrazione di un appoggio incondizionato.

Il sospetto è che quella metamorfosi sia stata, in realtà, un moto sotterraneo inavvertitamente (o volutamente) insabbiato. Un rivolgimento del sottosuolo politico che ha espresso, numeri alla mano, un dato di fatto incontestabile: il controllo della periferia è sfuggito alla sinistra. Si noti bene: non solo alla sinistra propriamente detta, ma anche alla sinistra incapsulata nel DNA di quella strana ibridazione chiamata Movimento 5 Stelle, e basta dare un’occhiata al trionfo salviniano nelle periferie romane, emerso dalle elezioni europee nei municipi capitolini, per rendersene conto.

Il sospetto, infine, è che quel fenomeno di “autoesaltazione morale(Regazzoni) sorto attorno al modello Riace sia stato del tutto fuorviante. L’impostazione superficiale, stucchevole e riduttiva che divide il mondo in buoni e fascisti, in santi e razzisti, in pro-Riace e contro-Riace è ormai – si spera – definitivamente morta. Fintanto che alcune frange intellettuali continueranno a bollare come “fascista” –  termine ormai vittima di un’inflazione semantica tale da svuotarlo di significato – qualsiasi alterità politica, la situazione – almeno per la sinistra – non cambierà.

I sospetti, dunque, sono molti, ma la certezza è una sola: il caso Riace, come quello di Lampedusa d’altronde, segna una smentita culturale prima ancora che elettorale, la smentita di un’atmosfera, spacciata per dominante, che nel giro di una notte ha scoperto, nello stesso microcosmo da cui si era propagata, di non essere mai esistita.

Sic transit gloria mundi.