Il Quirinale al primo re d’Italia, il verace e pecoreccio Vittorio Emanuele, non piaceva affatto. Schietto e brutale come certi vini del suo Piemonte, il paffuto e baffuto Savoia riteneva l’ex residenza pontificia un “palazzo di preti”, irto di anatemi e macumbe lanciate da quei neri uomini in sottana contro uno dei protagonisti del blasfemo Risorgimento italiano. Fatto sta che il superbo edificio non portò poi tanta fortuna alla dinastia, entrata in pompa magna nel 1870 e fuggita in gramaglie e vergogna nemmeno settant’anni dopo. Da allora il Colle è stato per i rimpianti anni della Repubblica (la Prima, ché il resto è silenzio) un orpello, un gioiello prezioso ma un po’ datato, da mostrare in occasioni speciali per omaggio al protocollo e alla tradizione.

Cene di gala, giuramenti solenni, ricevimenti diplomatici, feste civili e scolaresche vocianti. Questo era il perimetro della Presidenza della Repubblica, e così doveva essere secondo il disegno glorioso dell’assemblea costituente: è il Popolo il vero sovrano dell’Italia repubblicana, rappresentato nel processo decisionale dal Parlamento. In questo scenario l’inquilino del colle diveniva una sorta di bonario notaio, pendant di rappresentanza e buon retiro: da Gronchi a Pertini, passando per Segni e l’orrido Einaudi, il Quirinale in sostanza non faceva che prendere atto e ratificare, passacarte di una dialettica politica che si svolgeva altrove e che non doveva né poteva interessarlo.

Schiacciato dalla forza dei partiti, qualunque sconfinamento dal ristretto perimetro costituzionale sarebbe costato caro: giocare a fare il reuccio contro uomini reduci da galere e tempeste d’acciaio non era consigliabile né saggio. Mariolino Segni ci lasciò sostanzialmente la vita, nella calda estate del 1964, aggredito dalla furia e dallo sdegno di un galantuomo come Peppino Saragat. Altri tempi!

Crollati i partiti di massa, distrutte la struttura e la cultura politica che avevano reso l’Italia benestante e civile, il Quirinale ha pian piano mangiucchiato spazio e potere, approfittando della totale mediocrità dei politicanti degli ultimi venticinque anni. L’esempio di king Napolitano basta e avanza per mostrare la dis-evoluzione della figura, non più garante della sovranità democratica e della Costituzione ma centrale di connivenze e obbedienze alle oligarchie finanziarie e ai potentati capitalisti. Suprema garanzia della stabilità (per i plutocrati) e della schiavitù appartenenza all’Ue, la attuale presidenza della repubblica- invero all’inizio partita con la sordina ben inserita- ha dal 4 marzo iniziato un formidabile processo di superamento delle già notevoli perfomance di re Giorgio I.

Prima con i richiami allo spettro di Einaudi- citare un liberale acclamante il fascismo trionfante non è forse il massimo per il custode della Costituzione nata dalla Resistenza…- poi con un lavorio sempre più insistente contro la prospettiva di un governo 5s-Lega, l’inquilino del colle ha fatto di tutto per impedire che le forze vincitrici delle ultime elezioni politiche riuscissero a formare un esecutivo. Il motivo? Chiaro e semplice: l’euro.

La moneta è sempre espressione di rapporti sociali, quindi di forza, tra classi come tra stati. La possibilità che forze “sovraniste” (in realtà quasi esclusivamente la Lega, grazie al contributo ormai storico di Alberto Bagnai e Claudio Borghi) possano quantomeno mettere in discussione i vincoli derivanti dai trattati europei, tentando di ottenere quelle condizioni minime per poter gestire come da Costituzione le leve finanziarie nazionali, ai padroni d’Italia fa accapponare la pelle. Se ad alti livelli un simile scenario suscita apprensione, figurarsi i sentimenti di malessere animanti la bassa forza: il complesso dell’informazione (sic) è semplicemente andato in tilt, essendo il primo bastione a cadere stante la fideistica e totale adesione dimostrata in quarant’anni al vincolo esterno. In nuove lire la trimurti Repubblica-Corsera-Stampa difficilmente troverà finanziamenti generosi come gli attuali…

In tutto questo il presidente della repubblica tenta in tutti i modi di porre il veto a Paolo Savona, designato ministro dell’economia e delle finanze nel nascente governo Conte. Un ottantaduenne che certo non si può definire estremista, già ministro al tempo di Ciampi e ben inserito nei circuiti del capitalismo europeo. Sua pecca, massima in questi tempi, risulta essere pensare criticamente: da europeista è divenuto critico della moneta unica, e senza dubbio il suo mandato ministeriale rappresenterebbe una potente cesura con le politiche economiche dell’ultimo ventennio.

Su questo snodo si consuma in questi giorni lo scontro tra quirinale e Lega-5s, plastica sintesi dell’immenso cozzo in atto tra masse e élite cascanti, classi subalterne e padroni. Ci dispiace constatare che il colle pieghi la carta fondamentale della repubblica agli interessi stranieri e antidemocratici della finanza quando in altri frangenti s’è sempre dimostrato assai efficiente verso provvedimenti che intendevano svuotare completamente di senso il lavoro di Basso, Calamandrei, Mortati e tanti altri. La china presa, infatti, conduce inevitabilmente al di là del dettato costituzionale, certificando lo stato permanente d’eccezione che attanaglia il paese e uccide gli italiani per placare gli istinti immondi de “i Mercati, l’Europa, l’Occidente”. Tra il capitale cosmopolita e il popolo italiano, la cupidigia di quattro aguzzini finanziari e le aspirazioni sacrosante di sessanta milioni di esseri umani, la posizione del presidente della repubblica dovrebbe essere indiscutibilmente chiara, ma la notte forse è ancora lunga…