Che i confini degli stati siano labili e soggetti a mutamenti, è evidenza storica così chiara da non necessitare di grandi argomentazioni. Contra factum non valet argomentum. Non c’è perciò da stupirsi se, nel divenire del tempo, gli stati si aggreghino tra loro, si frammentino in diverse entità o cessino semplicemente di esistere. La Catalogna, ci porta, in questo senso, a considerare e riconsiderare la natura degli stati, così come la loro possibilità di sussistenza. Lo si capisce bene, che tentativi di secessione non sono nuovi nemmeno nelle decadi più recenti, ma la Catalogna attrae l’attenzione europea e italiana per diversi motivi.

Primo e più ovvio di questi, la prossimità geografica: una crisi dietro la porta di casa non fa piacere a nessuno. Secondo, una secessione nel cuore dell’Unione Europea non è mai avvenuta. Si potrebbe nominare il caso della Scozia, la quale nel 2014 chiese e ottenne dal governo di Sua Maestà britannica di indire un referendum secessionista per abbandonare il Regno Unito.

Il caso scozzese e quello catalano, non sono però del tutto uguali: da una parte la Scozia ha percorso la via della legalità, chiedendo all’autorità legittima di poter indire una consultazione nazionale.

Una volta che questa possibilità è stata accordata, il referendum si è svolto regolarmente, peraltro con esito negativo. Nessuna rivolta, i numeri hanno parlato a favore dei “lealisti”. Il caso catalano è diverso: le autorità locali hanno concesso un referendum illegale, contro il parere del governo centrale e contro la costituzione vigente in Spagna. Così, mentre la Scozia si è giocata la partita per l’indipendenza sul piano delle possibilità concrete, la Catalogna sta promuovendo la sua campagna (già pesantemente inficiata dall’intervento della Guardia Civil), contro la realtà dei fatti. Non c’è spazio nell’Unione Europea per secessioni illegali. E questo a priori di come la si possa pensare sul caso specifico. La Catalogna non sarà uno stato né oggi né in un futuro prossimo. Non ne ha le carte.

Affrontando il rischio di una secessione, il governo centrale ha reagito “manu militari”, da un punto di vista realista, questa è stata la migliore delle mosse possibili da parte di Rajoy. Una secessione illegale ha infatti bisogno di un elemento chiave per gli indipendentisti: la guerra civile. Si pensi al Kossovo, ma anche all’Ucraina orientale solo per fare esempi recenti. I separatisti hanno sempre bisogno di corpi paramilitari per avviare campagne di terrorismo e scontro con il Paese di origine, onde guadagnarsi una sovranità almeno de facto. I catalani non solo non dimostrano questa attitudine favorevole alla violenza politica, ma il terrorismo di per sé nemmeno basterebbe: ci vuole uno stato che si faccia (più o meno pubblicamente) patrono dell’entità secessionista. Così mentre la Turchia supporta la Repubblica Turca di Cipro Nord, la Russia riconosce e supporta l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, gli Stati Uniti hanno largamente contribuito alla nascita del Kossovo, nessuna grande potenza sembra al momento particolarmente entusiasta e assertiva verso una Catalogna “libera”.

La Catalogna avrebbe poi un precario futuro davanti a sé: è ben evidente che non ci sarebbe spazio per lei nell’Unione Europea. Dovendo i nuovi paesi membri incontrare il favore di ciascuno stato facente parte l’UE, basterebbe già da solo il veto spagnolo per isolare dal mercato comune i fan della Estelada. Nessuna base legale e costituzionalmente garantita per il referendum, nessuna voglia (e meno male) di dare luogo a campagne armate contro le forze centrali, nessuna grande potenza pronta a invischiarsi per Barcellona, nessun futuro nell’Unione Europea. Nessuna possibilità concreta di vittoria, nessuno stato.