Che il paziente sia gravemente malato, non v’è dubbio. Che la cura debba essere massiccia e procurare, se necessario, dolore: anche questo, purtroppo, è un dato di fatto. Tuttavia, che il paziente, per essere curato, debba essere ucciso, è talmente paradossale da risultare in piena linea con il pensiero liberista contemporaneo. Così, la tanto mal ridotta azienda ATAC, municipalizzata dei trasporti pubblici di Roma, finisce sotto la lente dei soliti cantori del liberismo senza frontiere e, da paziente oggettivamente in fin di vita, diviene il centro di un dibattito politico che ricorda vagamente quello etico: uccidere il Pubblico o tentare di curarlo? SÌ o NO alla privatizzazione dell’azienda?

La risposta “popolare” dei romani è inequivocabile, con solo  il 16,3% di affluenza alle urne e un picco di SÌ tra Parioli e San Lorenzo: ancora una dimostrazione, dunque, della faglia politica formatasi tra i soliti partiti della nuova destra ultraliberale (ossia PD, +Europa e Forza Italia) e le reali necessità che la popolazione trasversalmente manifesta. Certamente una “questione ATAC” esiste ed è anche molto grave; sicuramente i cittadini di Roma non possono più sostenere il peso di un servizio pubblico che ha superato la soglia dello scadente per accedere a quella del pericoloso; è altrettanto appurato, perciò, che risulta necessario intervenire quanto prima affinché il servizio pubblico sia, sì, efficiente ma rimanga appunto pubblico.

Una certa propaganda, tuttavia, decanta gli ipotetici vantaggi del consumatore, derivanti dall’idea che il privato che persegue i suoi profitti ha tutto l’interesse a far andare bene il servizio, altrimenti non guadagna. Nulla di più falso e riduttivo, valido tra l’altro per un alimentari, un salone di bellezza o una qualsiasi altra attività (piccola o grande che sia) ma non certo per il trasporto pubblico e, in generale, per quei servizi di natura pubblica e sociale. Andando più a fondo, infatti, si dovrebbe far notare come una gestione privata di un servizio di natura pubblica in regime di monopolio naturale, come è appunto il trasporto cittadino, provocherebbe a breve-medio termine un incremento dei prezzi, a parità – se va bene – del servizio offerto. Andrebbe quindi a intaccare negativamente le tasche e forse la qualità della vita dei cittadini, trasformati così in consumatori obbligati.

Diverrebbe paradossalmente molto più difficile controllare l’operato dell’azienda e quasi impossibile, se le cose dovessero prendere una piega troppo negativa, ripristinare l’originale gestione pubblica: clausole su clausole, secondo il modello attuale, diverrebbero infatti una corazza quasi inespugnabile per l’azienda privata. Un ulteriore disastro sociale che i cittadini di Roma non meritano e che può essere evitato, però, soltanto se le istituzioni competenti prendono realmente in mano la situazione senza fare sconti a nessuno e recidendo con forza quelle parti ormai troppo infette da rendere inutile qualsiasi tentativo di salvarle.

Un Trasporto Pubblico forte e risoluto, magari con auspicabili interventi statali, sull’esempio di luoghi storici e contemporanei in cui l’equazione “Pubblico = cuccagna” risulta non pervenuta: questa può e deve essere la strada da perseguire non solo a Roma ma in generale su tutto il territorio nazionale. Forse i cittadini hanno iniziato a capirlo, a dispetto di tutti quei Riccardo Magi che, sprezzando ormai palesemente la volontà popolare, proporranno ricorsi al TAR e altre simi bestialità; lo hanno compreso anche a dispetto di quella grande stampa che spiega il fallimento del referendum come un’ulteriore conferma di quanto il popolo sia stupido e ignorante. Chi amministra la Capitale, però, prenda la palla al balzo e non sprechi l’opportunità elargita, poiché simili occasioni capitano una sola volta e perderle vuol dire decretare, definitivamente, la propria fine politica.