Quando pubblicò un opuscolo per deplorare le disgrazie del libro in Italia, Giovanni Papini, il poliedrico autore fiorentino che oggi l’editore GOG ci aiuta a riscoprire, non pensava forse che un giorno i suoi, di libri, sarebbero tornati in auge. Eppure la sua Storia di Cristo fu un vero best seller nel 1921, e anche questo libro sul diavolo ebbe numerose ristampe. Non si può negare che tutta la vita di Giovanni Papini sia stata una grande scommessa e un continuo misurarsi dell’autore con l’assoluto. Ciò appare chiaramente sin dagli scritti del “Leonardo”, la rivista del quale si è da poco celebrato il centenario; sin dalle pagine di Un uomo finito, che forse rimane il suo libro più sincero e più valido (ininterrotamente ripubblicato dal 1913 ad oggi).

L’assoluto è anche la tentazione romantica di farsi Dio, di porre l’io al centro del mondo; e, come Byron insegna, anche il diavolo è un eroe per i letterati (e non solo per loro…). Papini in gioventù (come si desume dai suoi racconti giovanili) ha più volte messo in scena Satana, che peraltro era un eroe caro non solo a Giosuè Carducci (al quale Papini dedica un saggio nel 1935), ma anche ai suoi amici Ardengo Soffici e Giuseppe Prezzolini. Nel saggio filosofico papiniano del 1911 L’altra metà, delirante tentativo di costruire una metafisica su concetti negativi e sulla ribellione a qualsiasi metafisica che abbia preceduto, Mefistofele faceva la parte del leone. Lo stesso Gog, protagonista del romanzo omonimo del 1930, è una figura mefistofelica.

Sono temi che letterati come Goethe avevano ampiamente approfondito, e quando Papini pubblica Il Diavolo nel 1953, i suoi Appunti per una futura diabologia hanno un sapore eccellente per chiunque abbia approfondito le tentazioni dei grandi scrittori in materia (cfr. Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica). Si badi bene al fatto che le tentazioni di Papini e compagni erano letterarie, non teologiche. Un poeta fa l’eretico, fa il pazzo, non si cura di sapere quello che pensano gli ecclesiastici, a meno che non si tratti di Dante Alighieri. Quando poi Piero Bargellini segnalerà all’amico e maestro Giovanni Papini che in Vaticano il papa Pio XII e i suoi collaboratori sono rimasti senza parole, tanto che l’Osservatore Romano ha voluto condannare (con parole cortesi ma ferme) la tesi principale del Diavolo (che poi è quella stessa “apocatastasi” che il grande teologo greco Origene aveva sostenuto circa diciotto secoli prima, e che già all’epoca la Chiesa primitiva aveva respinto), Papini deciderà di sottomettersi a quella Chiesa di Roma alla quale era tornato sin dal 1921 (tutti i suoi volumi successivi, sino al grandioso Giudizio Universale del 1957, testimonieranno questa sua scelta). Tra l’altro perché c’era un equivoco di fondo: le tentazioni di Papini sono di carattere letterario. Non si tratta di scrivere un nuovo catechismo, ma semplicemente di far rivivere la storia della letteratura europea degli ultimi due secoli, di dare dignità artistica a una figura che non esiste se non nella mente di alcuni poeti. Mefistofele, non il diavolo dei Vangeli; Gog, più che Satana; il superuomo di Nietzsche più che il Lucifero di Dante e di Tommaso d’Aquino.

Tentazioni di un credente? Soprattutto, in realtà, folli e generose immaginazioni di un’artista, fantasmagorie di un ex futurista, superbi cortocircuiti mentali di uno dei più affascinanti irrazionalisti del Novecento italiano, di uno straordinario interprete delle voci che percorrono sotterraneamente la coscienza dell’uomo. Allucinazioni, schegge partorite da una mente sublime che conobbe tutte le tentazioni, ma soprattutto quella del racconto. Una mente che nel Diavolo si conferma un’eccellente narratore.