Il clima di grande rispetto e sincera cordialità che ha circondato la visita del presidente russo Vladimir Putin a Roma è un segno dei tempi da non sottovalutare. I rapporti tra la comunità euroatlantica e la Russia sono in stallo dai tempi di Euromaidan e dell’intervento in Siria per salvare Bashar al-Assad dall’imminente caduta, ma la diplomazia segreta sta facendo il suo corso per riportare al dialogo i due grandi blocchi da cui ancora oggi dipendono, in larga parte, l’equilibrio e la stabilità nelle relazioni internazionali.

Putin ha scelto Roma per lanciare un importante messaggio a Donald Trump, un invito a mettere da parte le ostilità per il bene di ogni belligerante coinvolto, dal momento che stanno anche costando miliardi di euro agli imprenditori europei per via del regime sanzionatorio legato alla crisi ucraina.

I colloqui privati con il Primo ministro Giuseppe Conte e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono stati seguiti da una cena ufficiale a Villa Madama con altri esponenti dell’esecutivo, tra i quali Matteo Salvini e Luigi di Maio, e da un incontro in amicizia con Silvio Berlusconi. Collaborazione e amicizia sono le state parole più ricorrenti nei passaggi dei nostri politici e di Putin, e la visita si è conclusa con la promessa da parte italiana di una maggiore attività di pressione diplomatica per far cadere il regime sanzionatorio.

Tanti gli argomenti sul tavolo: Ucraina, Venezuela, Siria, Libia, Stati Uniti, interessi economici italiani in Russia, approfondimento degli scambi culturali, costruzione di una visione comune per il futuro. Putin ha espresso consapevolezza nel fatto che l’Italia sia contraria alle sanzioni e che non possa agire unilateralmente – l’ordine dovrà arrivare da Washington, un elemento che i detrattori del governo sembrano ignorare o sottovalutare, ma che il presidente russo ha ben compreso. Il lettore più ingenuo potrebbe essere portato a pensare che, dichiarazioni altisonanti a parte, nulla di concreto sia stato raggiunto. La verità è che la diplomazia richiede tempo per produrre risultati e che dietro la cosiddetta guerra fredda 2.0 si nascondono interessi e volontà molto potenti e confliggenti e l’Italia può solo agire da tramite in questo crocevia, come ha sempre storicamente fatto.

È passata poi in secondo piano la visita del presidente russo in Vaticano, che invece è ancora più importante di quella a Roma. Si è trattato del terzo incontro tra Putin e Papa Francesco dalla sua elezione al soglio pontificio ad oggi, un faccia a faccia durato un’ora – ossia il doppio dell’udienza con Trump, in cui si è discusso sostanzialmente degli stessi argomenti, ma da un punto di vista diverso. Il Vaticano, contrariamente all’Italia, è ancora capace di seguire visioni politiche realiste, difendere i propri interessi e mostrare lealtà ai propri alleati. La Prima e la Terza Roma sono alleate naturali e, infatti, al termine dell’udienza, i due leader hanno confermato di avere una visione comune sui principali dossier delle relazioni internazionali, tra cui Siria, Iran e Medio oriente in generale, Cina, Venezuela, Ucraina, e firmato una serie di accordi di cooperazione.

Le frange tradizionaliste e il circolo mediatico populista hanno festeggiato alla notizia che Putin non abbia formalizzato alcuna richiesta di invito ufficiale al Papa in Russia, il sogno di ogni pontefice nella storia della Chiesa Cattolica. In realtà, era stato proprio il Vaticano, giorni prima che l’incontro avesse luogo, a dichiarare che molto probabilmente Putin non avrebbe lanciato alcun invito. Nonostante i rapporti bilaterali siano più ottimi che mai, dev’essere il patriarcato di Mosca a mostrare una volontà in tal senso e, come il patriarca Cirillo I ha più volte ribadito, i tempi non sono ancora maturi per un evento del genere perché è ancora troppo diffuso l’anticattolicesimo tra il clero ortodosso.

Nessuna rottura tra le due Roma: il pontefice non si è schierato con gli scismatici ucraini – e non ha intenzione di farlo –, aumenta la collaborazione cattolico-ortodossa nella difesa dei cristiani medio-orientali, e Cirillo I ha sempre espresso ammirazione per il successore di Pietro, sostenendo ad esempio l’esistenza di un’oscura regia dietro la crisi della pedofiliache attanaglia la Chiesa Cattolica e denunciando la campagna disinformativa populista contro il Vaticano.