Poniamo il caso che un individuo dell’età di 25 anni commetta un reato ascrivibile ad associazione a delinquere di stampo mafioso. Poniamo che la polizia investigativa assieme alle autorità giudiziarie arrivino al pregiudicato ed al reticolato a lui più vicino di associati, il concorso di persone nel reato. Si dispiega a questo punto il più roseo degli scenari: l’imputato viene sottoposto a processo per rispondere delle proprie azioni e condannato quindi a scontare una pena di tali e tanti anni. Tutte le informazioni relative al caso vengono poi prontamente registrate negli archivi del CED, il Centro Elaborazione Dati interforze gestito dalla Direzione centrale della Polizia Criminale. Benissimo.

Succede però che 25 anni dopo si verifica, sotto condizioni analoghe, nella stessa zona frequentata dal detenuto, un nuovo reato ascrivibile alle stesse fila di associati individuati in passato. È qui che allora, forte dei propri database, la Direzione centrale della Polizia Criminale si rimette allo SDI, il Software D’Indagine (amministrato dal CED) dove sono raccolte tutte le informazioni sulle persone apparentemente coinvolte, i loro contatti, le zone frequentate e i possibili legami (di parentela o meno) con soggetti pregiudicati o attenzionati. Ottimo.

Peccato che il database dia pagina bianca, nonostante l’aggiornamento appena effettuato. Ebbene sì, il logorio del tempo non risparmia neppure le informazioni salvate con nome: a 25 anni dalla registrazione, i dati raccolti cadono irrimediabilmente nell’oblio. Se questo è vero, è vero anche che l’individuo incognito, dopo aver scontato la propria condanna, il giorno del cinquantesimo compleanno vanterà una pagina SDI immacolata. Ma è plausibile che il tempo sia tanto certosino nell’esercizio della propria tirannide da impostare il timer a 25 anni dalla registrazione dei dati? Che il 25 evochi qualche arcaico simbolismo? Non proprio.

Il tutto, numerologia compresa, è conseguenza di un decreto del presidente della repubblica (DPR) risalente al 15 gennaio del 2018, in vigore dal 29 marzo scorso, dove fondamentalmente è prefigurata la subordinazione delle indagini della polizia al prospetto della normativa UE del 2016 sul trattamento dei dati personali a fini investigativi. Di fatto il CED dopo 25 anni dall’attività giudiziaria conclusa con sentenza di condanna (Art. 10, comma 3, h), per garantire la giusta privacy alle operazioni criminali più fortunate, quelle evidentemente meno facili da districare, solitamente perpetuate da associazioni parastatali ancorate ad una tradizione (soprattutto italiana) di malavita organizzata, è costretto a cancellare piste investigative, a privarsi dell’unione di quei punti pronti a disvelare un disegno, prima opaco, che a distanza di 30 anni potrebbe finalmente definirsi.

Sì, la normativa sulla privacy va a minare la necessità, per la demolizione di certe costruzioni criminali, di un deposito dati a tempo indeterminato. Questo è quanto emerge alla lettera i dell’Art. 10 comma 3 del decreto, nella sezione sui termini di conservazione dei dati, dove si legge che quelli relativi ad attività di indagine o polizia giudiziaria che non hanno dato luogo a procedimento penale, decadono a 15 anni dall’ultimo trattamento. Ciò detto l’accento è da porsi sul criterio che ha pilotato la normativa europea, e, poi, il DPR: la tutela della privacy. È da considerarsi violazione della privacy la cronologia registrata di movimenti, contatti, legami, reati o stragi, efferatezze a carattere terroristico o associazioni a stampo mafioso che per loro natura hanno o andranno plausibilmente a ledere il tessuto politico, sociale, pubblico della comunità europea stessa? O ancora, ponendo che questa modalità di archiviazione violi effettivamente i confini personali, privati, dei soggetti in causa: perché porre il limite di sussistenza di questi documenti a 25 anni e quindi comunque lasciarli fruibili per un lasso di tempo non poi così breve? La questione è comunque controversa. Il CED, qualora i suoi contenuti godessero di lunga vita, non deve essere assurto a pretesto per uno sguardo giuridico suggestionato, che si lasci quindi influenzare nell’analisi del reale dalle condotte passate dei soggetti e dei casi di volta in volta presi in esame. Deve piuttosto fornire l’occasione per un’analisi investigativa profonda che possa servirsi dei dati raccolti negli anni per sciogliere casi giudiziari che in 25 anni hanno rafforzato, piuttosto che perso, le proprie radici.  La conservazione di dati in archivio non deve in alcun modo precludere la fiducia, in sostanza, nella legalità delle azioni future di un pregiudicato. Ma l’oggettività di giudizio dovrebbe essere prerogativa indiscussa della polizia giudiziaria e dei corpi armati, o meno, dello stato.