In sostanza, qualche omino sulla falsariga di un prestigiatore fallito, di quelli con la camicia macchiata, di quelli che vi siete sorbiti alle feste delle elementari in pizzeria e che faceva magie maldestre (tipo far sparire il fazzoletto giallo e viola per ritrovarlo nel vostro orecchio sinistro), a gran voce tirerà fuori dal cilindro dodici nomi e cognomi ed altrettante produzioni letterarie che se la giocheranno poi in cinque, nella canonica finalissima di luglio.

Attualmente, le proposte degli Amici della domenica sono davvero tantissime. Carnaio, Sonno Bianco, Naso… Certe copertine, certi titoli. Vecchie volpi in stile Sven Goran Eriksson, come Mauro Covacich e Scurati, Missiroli e Giordano Lupi. Titoli che non hanno recensioni nemmeno a sfilare tre, quattro pagine di indicizzazione Google. Almeno tre libri coinvolgono un protagonista che gravita intorno all’editoria; altri tre parlano dell’emigrazione; il 75% tira in ballo paranoie familiari e getta luce sulle ombre del Novecento italiano. Va bene ammettere che siamo una nazione di potenziali incestuosi e con centocinquant’anni di storia platealmente incasinata. Ma…Ma a dirla tutta: a cosa serve il Premio Strega?

Risposta Corale, di chi ride alle battute della Littizetto e approva le proposte editoriali di Saviano: “Ci dà il peso di quanto ancora alta e potente sia la letteratura italiana contemporanea!”. Letteratura. Italiana. Queste due parole messe assieme sono come cocaina e vita salutare: è un ossimoro così potente che nemmeno per sogno, no no no. Ripenso a Flaiano, a Buzzati. Gesualdo Bufalino, che lo Strega l’ha vinto nel 1988. Ripenso a Umbertone Eco vincitore nel 1981, poverino, che con il suo ultimo “numero zero” gli si sono buttati tutti addosso: critica, pubblico, gente che scrive di libri. Tutti contro Nonno Eco. Che infamità!

La verità è che il Premio Strega, come hanno ribadito più volte gli outsider del mondo letterario quali Gian Paolo Serino, Massimiliano Parente, Gianluigi Simonetti e altri alfieri, è solo un modo per vender qualche copia in più. Di stilistico non c’è nulla. Non c’è una voce fuori dal coro. Non ci sono cazzotti, sofferenza, passione; non c’è emozione, progresso, sperimentazione. Vorrei vedere Ragazzi Selvaggi di Burroughs proposto da Dacia Maraini. Impossibile. Per usare le parole di Gianluigi Simonetti: “…e penso a Margaret Mazzantini o a Paolo Giordano, penso a una trasgressione sempre ben temperata, un anticonformismo di maniera che mai ci tormenta più di tanto, una ambiguità piuttosto velleitaria cui corrisponde uno stile scorrevole e senza spigoli, che ci regali il profumo della cultura senza troppo impegnarci la testa”.

Robert Ward, autore americano di romanzi noir, a una serata dove c’era anche chi vi sta scrivendo queste fastidiose paranoie, se ne è uscito con un “Gli scrittori americani hanno il complesso di inferiorità con gli europei, si sentono meno colti, allora scrivono tutto edulcorato, tutto gne gne, ci tengono a far bella figura. I don’t give a shit about it”. Rileggo le proposte del Premio Strega, riavvolgo le parole di Ward e penso: dio mio, ma magari fossero come te gli scrittori italiani, mio caro Ward! Gente a cui non frega nulla, che non si piega alle volontà dell’editor, dell’apparato industriale di una Casa Editrice. Magari ci fossero in circolazione Cormac McCarthy, James Ellroy, Bret Easton Ellis, Palahniuk, Pynchon, Don DeLillo, Don Winslow, Irvine Welsh, Craig Davidson, Robert Ward. Sarebbe bellissimo, ma purtroppo non accadrà. Perché oggi il pubblico medio dei lettori non vuole pagine che ti facciano mordere il cuscino di notte e svegliare con la faccia storta. Vogliamo libri che armonizzino, che ci facciano sorridere, che siano un passatempo sulla tazza del cesso dopo il caffè delle 7.25 a.m. Abbiamo impostato la mediocrità come valore fondante delle nostre letture.

Qualche scrittore valido in giro c’è, che è nato tra i patri confini. Ma non sono abbastanza interconnessi col gotha dell’editoria italiana. Non hanno conoscenze tra gli Amici della domenica. Ci lamentiamo della decadenza sociale, morale, civile, ma della decadenza intellettuale e letteraria, quando ce ne occuperemo? Quando ci renderemo conto che è più coinvolgente una serie tv come Rick e Morty che non un libro di Francesco Piccolo, di Nicola Lagioia (La Ferocia? bluff devastante), di Moresco? Quando la smetteremo di raccontarci la favola dello scrittore tuttologo, che sbava su ogni argomento trattato dall’agenda setting dallo scibile umano, senza però mai mettere un piede in battaglia? Io aspetto un libro da Micalizzi Gabriele, fotografo gigantesco, totale, che s’è beccato un razzo mentre stava scattando in Siria. Un libro suo, che di solito fa delle foto memorabili, perché se hai rischiato di perder gli occhi in una maledetta nazione mediorientale allora non potrai che scrivere e buttar giù un delirio di creatività.

Un consiglio: lo Strega, usatelo solo nei dolci e come ammazzacaffè. Come dispenser di opere letterarie, non serve a nulla.