Come ogni anno si è tenuto il rito della consegna dei premi Oscar e, come ogni anno, ci si divide fra gli interessati e i disinteressati all’evento. Ad onor del vero, purtroppo, la seconda categoria sta crescendo sempre di più a discapito della prima, anche fra coloro che il cinema lo amano e lo frequentano assiduamente. Le motivazioni di questo disamoramento sono profonde e complesse. Da sempre il cinema si è fatto portatore di messaggi sociali, culturali e politici che hanno goduto di ampia diffusione, addirittura dando vita a vere e proprie campagne dall’impatto globale; non è un mistero di come l’Academy si sia resa, nel corso degli anni, ambasciatrice di messaggi di fiera ribellione contro l’operato dei vari inquilini che si sono succeduti all’interno della Casa Bianca.

Ciò che realmente sta iniziando a scricchiolare è, invece, il coraggio con cui l’Academy e il mondo del cinema portano avanti le loro battaglie ideologiche, finendo per avvilupparsi in decisioni e produzioni cinematografiche animate dalle migliori intenzioni e null’altro. Prendiamo ad esempio l’Oscar al miglior film, quest’anno assegnato a “Green Book”. Il film, di per sé, è gradevole e ben fatto, ma si incardina all’interno di una logica cinematografica talmente battuta (lo scontro con i pregiudizi, la battaglia contro il razzismo) che finisce per diventare quasi un film manierista, più che di scossone alle coscienze comuni. Tutto ciò a discapito di un film talmente coraggioso (Blakkklansman), che decide di prendere di petto le stesse identiche tematiche ma con un approccio talmente caustico e diretto da non farsi alcun problema a deridere le recrudescenze di razzismo e di confederatismo che sempre di più tornano a risvegliare gli Stati del sud e la parte più rurale d’America. Il tutto condito da un affresco a dir poco pittoresco dell’universo degli white suprematists e della loro organizzazione di riferimento (il KKK).

Di conseguenza, alla luce dell’impegno politico sempre più sbandierato da parte del mondo del cinema, ciò sarebbe dovuto bastare per giustificare non tanto un premio alla qualità e alla fattura del film (ovviamente opinabile sulla base di gusti personali) quanto al suo coraggio, dimostrando così che l’Academy non si ritrova a predicare da una nuvola alta nel cielo. Perché, a nostro modo di vedere, l’impressione che si ha del cinema odierno è quella di un mondo diviso a metà fra l’esigenza di incassare e quella di smuovere le coscienze, finendo però inevitabilmente per sacrificare sempre di più quest’ultima in nome della prima. Abbiamo così un gotha del cinema sempre più innalzato su di una soffice nuvola rosa, troppo impegnato a creare discorsi splendidi e raffinatissimi che, per la loro complessità, ricordano molto quelli che Aristofane faceva pronunciare a Socrate nella sua commedia “le Nuvole”. Tuttavia, affinché l’Academy possa davvero avvicinarsi all’efficacia comunicativa di Socrate – anche nella sua versione cialtrona rielaborata da Aristofane – dovrebbe realmente cercare una buona dose di coraggio per tradurre in fatti ciò che tanto distintamente e retoricamente afferma, evitando così che la nuvola, o la cesta come nel caso della commedia greca, finisca per spedirli letteralmente in orbita a forza di volare in alto.

Una dinamica e un rischio che, a dire la verità, non risulta completamente estraneo alla realtà italiana. Infatti, anche se in altri settori, c’è qualcuno che sta disperatamente provando a evadere da una realtà che non riesce più ad interpretare, e non fa altro che parlare di idee a volte condivisibili ma spesso futili ed insignificanti, spacciandole per i massimi ritrovati del pensiero moderno e condendole con un’infinita dose di sofismi e arroganza. Ovviamente dimenticandosi, il più delle volte, di farsi venire in mente idee centrate e realmente trascinanti. Così come, in modo altrettanto ovvio, ogni riferimento al Partito Democratico è del tutto casuale.